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Prologo | Il colloquio al centro geofisico

§1. Settembre 1979

Da ragazzo, avevo sempre odiato settembre. L'avevo sempre vissuto come il mese delle preoccupazioni e delle angosce. Appena arrivava settembre, finivano le vacanze, finiva il divertimento, finiva l'allegria e tutta la spensieratezza dell'estate. Finivano gli amori e le amicizie stagionali. Poi iniziava il lavoro, la scuola, l'università e gli incubi degli esami.

In quel giorno d'inizio settembre, ricevetti una lettera dal preside della scuola. In quella lettera mi comunicò la conferma dell'incarico di insegnante di matematica per il secondo anno e la data d'inizio dell'anno scolastico. Poi concluse che in caso di rifiuto dell'incarico, lo dovrei comunicare all'amministrazione almeno due giorni prima della data d'inizio delle lezioni.

Quella lettera mi fece preoccupare e non poco. Per me fu un gran segnale d'allarme. Significava che avessi ancora meno di due settimane per trovare un nuovo lavoro, altrimenti dovrei passare un altro anno simile a quello precedente se non volessi rimanere disoccupato. Cioè, andare in quella scuola per cinque giorni la settimana. Poi almeno una volta al giorno, attraversare con il motorino tutta la città di Tunisi dalla periferia nord, dove abitavo, alla deprimente periferia sud dove lavoravo. Un traffico intenso e caotico, soprattutto nei quartieri popolari della periferia sud durante le ore di punta, con il rischio di fare un incidente da un momento all'altro.

Non parliamo poi d'inverno, quando le condizioni climatiche erano avverse. Strade interrotte o allagate, schizzi d'acqua delle macchine che passavano, pioggia, freddo, raffiche di vento e disaggi da non finire. Poi, una volta in classe, le condizioni di lavoro erano sempre pessime. Aule piccole ed affollate, ghiacciate d'inverno. Non c'era nessun tipo di riscaldamento. Poi a partire dal mese di maggio, arrivava il caldo che, giorno dopo giorno, aumentava fino a diventare insopportabile. Aggiungiamo poi studenti svogliati e dispettosi, rendimento bassissimo e, per finire in bellezza, stipendio basso. Così, per arrivare a fine mese, dovevo per forza integrare con qualche ora di ripetizioni. Era una questione di pura lotta per la sopravvivenza. Ricordo che spesso finivo le mie giornate di lavoro senza voce, con tanta rabbia nel profondo dell'anima e la voglia di non tornare più a quella scuola. Mi chiedevo spesso: «ma non potevo trovare qualcosa di meglio per vivere?».

Ero quasi convinto di non dovere più continuare ad insegnare. Almeno in quella scuola. L'esperienza dell'anno precedente bastava ed avanzava. Perciò, durante quei pochi giorni rimasti prima della riapertura della scuola, intensificai le mie ricerche per trovare un nuovo lavoro, sperando in un colpo di fortuna. Così, da quel giorno, portavo sempre con me, ovunque andassi, una piccola cartella con tre buste affrancate e tre fogli di protocollo. In quel modo, potevo rispondere immediatamente a qualsiasi annuncio che mi potesse interessare.

Durante i giorni di fine agosto ed inizio settembre, passavo quasi tutte le mattinate nella caffetteria del parco del Belvedere che distava quasi tre chilometri da casa. Un lembo di terra ad una cinquantina di metri dallo zoo, circondato d'acqua di color verde intenso con coloratissimi pesci ed anatre. Un posto meraviglioso per rilassarmi, leggere libri e giornali, studiare e chiacchierare con gli amici al coperto oppure all'aria aperta immersi nella natura. Lo frequentavo con i compagni di scuola dai tempi del liceo per fare compiti e commedie.

Era Garofano il gestore della caffetteria, faceva anche il cameriere per risparmiare sulle spese di servizio. Un mio ex compagno di scuola che, dopo il diploma di terza media, andò a lavorare per aiutare la famiglia dopo la morte del padre. Si sposò molto giovane. Aveva la mia età ed era già papà di due figli. Quando vedeva una bella ragazza, diceva sempre che la sua più grande sfortuna fu quella di sposarsi troppo giovane, altrimenti, si sarebbe sposato con quella che passava in quel momento.

A proposito, sono stato io a dargli quel soprannome perché a scuola, di tanto in tanto, si presentava con un fiore di garofano sull'orecchio. Ma solo lui e pochi ex compagni di scuola si ricordavano di questo fatto. Garofano era magro, alto e con uno sguardo penetrante. A volte sembrava cattivo e sfidante, ma, in realtà, non lo era mai stato. Aveva il passo corto e veloce, perciò appariva sempre dinamico. Era un tipo particolare, molto simpatico, con la battuta sempre pronta e che spesso canticchiava canzoni d'amore mentre serviva i clienti. Gli piaceva molto sapere i fatti degli altri, ma non svelava mai i fatti suoi. Per chi lo incontrasse per la prima volta, lo poteva prendere subito in simpatia oppure in antipatia. Non c'era una via mezzo. Era il mio compagno di banco e non avevamo mai avuto un diverbio perché non lo prendevo mai sul serio. Tutti i suoi atteggiamenti mi facevano solo ridere. E fino all'ultima volta che lo vidi, il nostro rapporto era rimasto praticamente invariato.

In quegli anni, in tutte le caffetterie di Tunisi, c'era una simpatica abitudini dei suoi frequentatori. Leggevano i giornali, poi li lasciavano sul tavolo. Così, altri frequentatori li potevano leggere e così via. Approfittando della generosità intellettuale dei lettori, chiesi a Garofano di conservarmi quei giornali con i maggiori annunci di offerte di lavoro. Così potevo risparmiare il prezzo di almeno tre giornali, visto che gli stessi annunci duravano di solito almeno un paio di giorni.

Quei primi giorni di settembre, per me, furono molto tristi. E non solo per l'arrivo della lettera dal preside. La mia amata e bellissima Jamila tornò a Tripoli a fine agosto senza lasciare alcuna traccia e nemmeno salutarmi. La conobbi al festival di Cartagine durante un concerto di fine luglio e da quella sera ci incontravamo quasi tutti i giorni. Era in vacanza con la sua famiglia a Tunisi. Ci innamorammo subito e passammo le ultime due settimane di agosto da fidanzati con infinite gioie, dolcezze e tenerezze. Poi tutto finì all'improvviso. Jamila sparì lasciandomi un enorme vuoto ed infiniti punti interrogativi.

Io e Jamila, spesso passavamo il pomeriggio al parco del Belvedere a passeggiare e chiacchierare, prima di sederci nella caffetteria dove Garofano ci riservava un posto molto discreto sotto un grande albero accanto all'acqua. Jamila piaceva molto a Garofano, come gli piacevano tutte le belle ragazze. Così, di tanto in tanto, veniva al nostro tavolo per cantarci un pezzo di qualche canzone d'amore. A volte si univa a noi offrendoci il meglio della sua caffetteria. Quando poi Jamila lo provocava, allora lui si scatenava con le sue irresistibili battute che ci facevano tanto ridere, soprattutto a Jamila. Io ridevo solo per accompagnarla perché le conoscevo ormai tutte da anni, anche se lui aggiornava di continuo il suo repertorio.

Quel giorno, in quella caffetteria stavo da solo, ero preoccupato e di cattivo umore. Garofano sapeva della partenza di Jamila. Quando mi portò il caffè ed i giornali del giorno precedente, mi guardò con un'aria un po' da strafottente e mi cantò un pezzo di una nota canzone d'amore: "e partì senza nemmeno salutarmi...". Allora io gli dissi:
«Senti Garofano, per favore, non rompere di prima mattina. Lasciami stare, vattene.», e lui, senza prestare la minima attenzione alla mia richiesta di andarsene, si sedette accanto a me e mi disse:
«No, non me ne vado, perché non posso vedere il mio miglior amico ed ex compagno di classe per anni, nonché il mio miglior cliente triste.».
«Ma non vedi che ci sono dei clienti che ti aspettano?».
«Non me ne frega niente di loro, ci sono gli altri camerieri a servire. E se hanno fretta, possono pure andarsene.».
«Va bene. Ma che mi puoi fare?».
«Facciamo colazione insieme e parliamo.».
«Sbrigati allora, offrimi il meglio che hai, anche se Jamila non c'è.».
«Ma non ti preoccupare Brown, vedrai che se ne va Jamila e ne arriverà un'altra ancora più bella.».

Garofano era uno tra i pochi amici che mi chiamavano Brown al di fuori dei compagni del Campus. E così gli risposi:
«Vedo che sei diventato anche poeta Garofano. Non smetterai mai di stupirmi.», e ci demmo il cinque.

Quella frase di Garofano detta in arabo suonava molto poetica perché la parola "jamila" in arabo significa "bella" in italiano. Così, lui usò lo stesso termine sia come nome, sia come aggettivo. Cioè, la sua frase è traducibile in: "ma non ti preoccupare Brown, vedrai che se ne va Bella ed arriverà un'altra ancora più bella".

Devo ammettere che quella volta Garofano previde veramente il futuro per me. Passammo quasi un paio di ore a chiacchierare con brevi interruzioni, e così, il mio caro amico Garofano mi fece passare la tristezza ed il cattivo umore.

Passai tutte le mattinate successive a leggere gli annunci di lavoro dei quotidiani dei giorni precedenti che Garofano mi conservasse, nonché a chiedere lumi ad amici e conoscenti. Ma non riuscii a trovare niente di interessante. I giorni passarono in fretta con le mie preoccupazioni che crescevano giorno dopo giorno. Avevo pensato anche di emigrare, ma ormai era troppo tardi per quell'anno. Ci dovevo pensare molto prima, almeno a fine primavera, come fecero due miei ex colleghi di scuola. Due fisici che migrarono in Canada. Io, invece, a fine anno scolastico, decisi di passare un'estate tranquilla e spensierata a Tunisi. E così rimasi fregato.

Due giorni più tardi, sempre di mattina e nella stessa caffetteria, nella pagina dedicata alle offerte di lavoro, lessi questo annuncio: "Importante ente pubblico cerca un giovane fisico per un importante posto di lavoro a tempo indeterminato. Ambiente stimolante, ottima remunerazione ed assicurata carriera di lavoro. Il candidato deve essere militesente e con padronanza della lingua inglese scritta e parlata. Scrivere all'ufficio di collocamento all'indirizzo..., offerta di lavoro numero...".

Lessi quel annuncio un paio di volte. Sembrava proprio che cercassero me. Così, in meno di due ore dalla lettura dell'annuncio, la mia lettera di risposta era stata già imbucata nella casella di posta rapida. In quel modo, poteva arrivare a destinazione al massimo la mattina del giorno seguente.

Durante il resto della giornata, non avevo mai smesso di pensare a quel annuncio. Non vedevo l'ora di avere una risposta, almeno per capire chi l'avesse fatto. Comunque mi sentii leggermente sollevato, almeno sul piano psicologico. Per me, il sasso l'avevo già buttato ed ora dovevo solo aspettare il suo eco. Continuai lo stesso a cercare altri annunci, ma senza affanno.

La mattina di tre giorni dopo, mi ero appena alzato quando sentii il campanello di casa suonare due volte. Aprì subito la porta e mi trovai davanti il postino con una lettera in mano. Alla mia vista mi disse:
«Buongiorno! Una raccomandata da firmare.».
«Una raccomandata? E da dove arriva?».
«Vediamo un po'. Dal Centro Geofisico Nazionale. La accetti?».
Risposi come se fossi in un sogno:
«Centro Geofisico Nazionale! Certo che l'accetto. Dove devo firmare?».
«Qui. Indicare data e ora.».

Aprì la lettera con molta cura, in modo da non danneggiare lo stemma e l'intestazione della busta. La lessi prima in piedi, poi seduto, e di nuovo in piedi. Giravo dentro la mia piccola casa passando da una camera all'altra, con la lettera nella mano destra e la busta nella mano sinistra senza capire cosa dovevo fare. Poi, di tanto intanto davo un'occhiata alla busta per guardare lo stemma e l'intestazione che erano bellissimi: ``Ministero dell'Energia e delle Miniere - Centro Geofisico Nazionale''. Ero contento e stupito allo stesso momento. Non mi aspettavo una risposta del genere. Pensai subito che quella lettera potesse cambiare completamente la mia vita. In positivo, ovviamente.

La lettera conteneva pochissime parole. Mi chiedevano di recarmi il giorno successivo al Centro Geofisico, alle nove di mattina, munito della lettera e di un documento di riconoscimento per sostenere un colloquio per quella offerta di lavoro. Quindi, non era un'assunzione. Ma io, comunque, ero contento e fiducioso.

Telefonai a mio cugino Mounir e gli parlai di questa inaspettata notizia. Lui, oltre ad essere mio cugino, era stato sempre il mio miglior amico e confidente. Eravamo vissuti insieme per tanti anni. Mounir aveva pochi anni di più di me ed era una persona eccezionale, molto saggia e riflessiva. Mai ci fu un problema tra di noi. Ci volevamo molto bene. Faceva l'impiegato presso la Lega Araba a Tunisi, conosceva e frequentava gente di alto rango sociale. Lui si rivolgeva a me chiamandomi "fratello" ed io facevo lo stesso con lui. Mounir sapeva già della lettera che io avessi inviato all'ufficio di collocamento, ma non sapeva fino a quella mattina quale fosse l'ente dietro a quella offerta di lavoro. Così gli chiesi se conoscesse qualcuno che mi potesse dare una mano, ma lui rispose ridendo:
«Conosco uno solo che sicuramente ti farà prendere quel posto.», mentre continuava a ridere. Allora io gli chiesi stupito:
«E chi è?».
Ma lui per pochi secondi rimase in silenzio, come se stesse cercando di ricordare il nome, poi mi rispose seriamente:
«Guarda che quella persona sei proprio tu, fratello. Vai tranquillo domani, quel posto è tuo perché non troveranno meglio di te. Ne sono certo. Domani avrai la conferma.».
A pensarci bene, Mounir disse il vero.

Io e Mounir passammo tutto il pomeriggio a girare tra caffetterie e centri culturali. Volevo perdere tempo ed arrivare subito all'indomani. Ero un po' agitato ma comunque ottimista. Cenammo insieme al nostro abituale ristorante del centro, poi ognuno tornò a casa sua. Anche lui, come me, viveva da solo, ma al centro di Tunisi.

Quella notte, dopo aver immaginato infiniti scenari del colloquio di domani fino a tarda notte, mi addormentai profondamente. Fu una delle poche volte che mi svegliai la mattina prima che suonasse la sveglia. Mi sentii abbastanza riposato e pronto per l'attesissimo colloquio. Non riuscii a mangiare niente quella mattina, sentivo lo stomaco chiuso. Forse per l'emozione. Mi feci la barba, mi vestii velocemente ed uscii di casa in fretta. Non vedevo l'ora di arrivare al Centro Geofisico. Ma dopo solo un centinaio di metri, mi venne il dubbio se avessi chiuso la porta di casa a chiave o meno. Così tornai indietro per controllare. Era chiusa a chiave. Non mi diedi nessuna colpa per l'accaduto perché l'emozione era forte quella mattina.

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