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Ottobre 1979 | Le prime lezioni

§6. Il primo incontro

Appena arrivammo davanti alla villa, vidi un militare armato davanti ad una garitta vicino al cancello. Come ci vide ci salutò, poi il cancello si aprì automaticamente. Entrammo in macchina fino all'ingresso della villa attraversando il giardino di fronte. La villa aveva anche un grande giardino attrezzato dietro dove la famiglia organizzava le serate e le feste all'aria aperta. L'autista bussò alla porta ed una cameriera ci aprì subito. Sembrava che ci stesse aspettando dietro la porta. L'autista poi mi disse che, a fine incontro, mi avrebbe riportato a casa. La cameriera mi chiese di seguirla alla sala dove la signora mi stesse aspettando.

All'ingresso della villa c'era un piccolo hall, di fronte c'era una scala per raggiungere il primo piano. A sinistra un lungo corridoio che portava dritto alla sala. Era largo circa due metri e mezzo, illuminato da plafoniere ed applique lungo le pareti. Tra un'applique ed un'altra, c'erano diversi quadri di vari stili e dimensioni. Sentii un leggero e delicato profumo di incenso da quando misi piede in quella villa. Contai sei camere lungo il corridoio. Tre per lato. Tutte a porte chiuse. Ad un paio di metri dalla porta d'ingresso della sala, c'era una scrivania ed un sedia di pregio. Sulla scrivania c'era un classico telefono, due agende chiuse in pelle, una di colore rosso, l'altra nera ed penna una argentata. Sulla parete vicino al tavolo c'era un grande calendario con alcune date segnate e con brevi note. Il colore dominante era un giallo ocra molto chiaro.

La sala era enorme. Aveva quattro larghe finestre e due porte-finestre laterali che aprivano sul giardino di dietro. Era piena di piante, fiori ed arredi di lusso. Il fulcro della sala era un grande tavolo intorno al quale c'erano una trentina di sedie. C'era anche un pianoforte a coda. Appena entrai, sentii un miscuglio di profumi e odori. Ma quello dominante era il dolcissimo gelsomino. C'erano diversi lampadari ed applique con la possibilità di scegliere tra diversi livelli di illuminazione.

Mentre seguivo la cameriera, guardando a destra ed a sinistra stupefatto, ebbi l'impressione di essere sul set di un film. In effetti, in vita mia, avevo visto ambienti simili solo al cinema. Camminando dietro la cameriera, distratto da tutto ciò che vedevo intorno, non mi resi conto che lei avesse rallentato il passo. Per un pelo non andai a sbattere contro il suo dietro. Per fortuna mi fermai giusto in tempo e lei non si accorse dell'accaduto. Altrimenti, avrei fatto una bruttissima figura dal primo momento. Per il mio carattere, sarebbe stata una tragedia per me.

Finalmente, raggiunsi la signora. Era nel salottino in fondo alla sala seduta su un divano. Era sulla cinquantina, molto curata, ben vestita ed ingioiellata. Era bella, intensa, e con uno sguardo enigmatico che incuteva prudenza, ma non timore. Si vedeva che appartenesse ad un alto rango sociale. Stava leggendo un giornale tenendo una penna in mano. Pensavo che stesse facendo le parole crociate, invece stava sottolineando alcune frasi e scrivendo dei commenti a fianco. Davanti a lei c'era un tavolino sul quale c'erano accatastati altri giornali, in alcuni si vedevano sottolineature e commenti. Poi, c'erano due poltrone singole separate dal grande divano dal tavolino. Così, si era creato un angolo ideale nella grande sala per la lettura e le discussioni. Notai che in quel angolo, c'era una piccola ma bellissima libreria di pregio contenenti libri, tutti con copertine in pelle. Pensai che si trattasse di libri rari. Dopo aver risposto al mio saluto, la signora si alzò e mi era apparsa palesemente stupita a vedermi, soprattutto quando mi chiese:
«Ma, è lei il professore di matematica?».
«Sì, sono io.».
«Ma lei è un ragazzo? Pensavo che fosse un signore di una certa età, con spessi occhiali...».
Non sapevo cosa risponderle, feci un gesto con le mani e con le spalle, come per dire: «E che ci posso fare se sono giovane?». Poi la signora mi chiese:
«Scusi, ma quanti anni ha?».
«Venticinque.».
«Sei giovanissimo. Allora ti darò del tu. Prego, sediamoci e parliamo.».
La signora mi disse con molta chiarezza e franchezza:
«Come ben sai, noi siamo la famiglia... E lei dovrebbe seguire mia figlia fino all'esame. Seguirà anche i miei nipoti per tutto l'anno scolastico. Quindi, è giusto che noi sappiamo con chi abbiamo che fare.».
E così io risposi spontaneamente ma con molta convinzione:
«Signora, lei ha mille ragioni a sapere chi sono.».
Mi ero già preparato ad una domanda del genere mentre stavo arrivando da lei. Avevo ancora la vivida esperienza del mio colloquio al Centro Geofisico. Così, le spiegai chi ero e cosa avevo fatto fino a quel momento. Poi aggiunsi che avevo una certa esperienza a fare ripetizioni, soprattutto a preparare i ragazzi all'esame di maturità scientifica, con ottimi risultati, visto che lo facevo da diversi anni. La signora capì all'istante che di fronte a lei c'era un uomo serio, maturo e responsabile, nonché un vero professionista e non un ragazzo come lei avesse immaginato inizialmente. Così ordinò alla cameriera di chiamare la figlia.

Quando vidi Rim arrivare, era così elegante e sensuale nei suoi movimenti che sembrava di ballare mentre si avvinasse a noi. In mezzo a tutte quelle luci, piante e fiori, appariva come una fata. Mi alzai e ci salutammo quasi contemporaneamente. La guardai velocemente. Era di una bellezza da non credere. Era vestita con dei pantaloni bianchi, non molto stretti come quelli che portavano le ragazze della sua età, ed una camicetta di colore giallo paglierino, ricamata con sottilissimi fili rossi. Era di carnagione bianca, aveva un viso bellissimo, un dolce sguardo ed un sorriso magnetico che svelava denti ordinati e bianchissimi. Non riuscii a distinguere bene il colore dei suoi occhi, ma sotto tutte quelle luci, sembravano verdi. I suoi lunghi e folti capelli di color mogano li teneva sciolti. Aveva la bocca piccola, le labbra e le guance rosse. Era senza trucco. Non era alta, ma formosa e perfettamente proporzionata. Non avevo mai visto una ragazza così bella ed attraente in vita mia, nemmeno sulle copertine delle riviste. Come la vidi da vicino, mi fece venire delle palpitazioni al cuore per quanto era bella.

Appena io e Rim ci sedemmo, la mamma iniziò a parlare guardando la figlia, poi rivolgendosi a me, mi definì come il professore della provvidenza. La cosa mi imbarazzò e non sapevo come intervenire finché la mamma non si rivolse a me di nuovo dicendo:
«Ora veniamo al dunque. Partendo dal fatto che mia figlia è andata sempre male a matematica e fisica, che programma le proponi?».
Ed io risposi con un tono rassicurante:
«Adopererò la stessa strategia degli anni precedenti. Partendo dal presupposto che le prove d'esame, sia di matematica, sia di fisica e chimica, sono solo scritte, e quindi non ci sono prove orali, allora ci dedicheremo solo a capire i concetti fondamentali di ogni argomento nuovo, poi passeremo subito ad applicarlo svolgendo esercizi e problemi. Ci serviremo degli esercizi per capire la teoria e viceversa. Poi, quando si tratta di un argomento degli anni precedenti che lei non avesse capito bene, allora si torna indietro e si ripristina. Continueremo in questo modo fino alle vacanze primaverili. Dopo invece, inizieremo a risolvere problemi di maturità saltando le parti relative ad argomenti non ancora trattati a scuola che riprenderemo a tempo debito. Così facendo, Rim sarà molto allenata a risolvere i problemi di matematica e di fisica, e gli esercizi di chimica. Dopodiché, sono sicuro che lei affronterà l'esame brillantemente e serenamente. Cioè, tutte le prove finali d'esame le risulteranno molto simili a quelle che lei sapeva già fare bene. Questa strategia ha sempre funzionato e ha dato ottimi risultati. Negli anni passati, i risultati dei miei studenti sono stati sempre una sorpresa per i loro insegnanti e compagni.».

Mentre mamma e figlia mi seguivano con grande attenzione, aggiunsi:
«Il grande problema degli studenti dell'ultimo anno del liceo scientifico è stato sempre quello di non aver risolto un numero sufficiente di problemi e di esercizi durante l'anno. Noi, questa lacuna, la risolveremo a monte. Sono sicuro che funzionerà anche con la signorina Rim.».
Appena finii di parlare, la mamma stava per applaudirmi, mentre Rim appariva incredula. Così, guardò prima me, poi la mamma, e disse quasi disperata:
«Ma io non so proprio niente di matematica e di fisica. Ho capito solo un po' di chimica.».
Allora io le risposi:
«Sicuramente qualcosa la sai già. Poi, tutto quello che non sai lo saprai ed anche bene. Per me l'importante è che tu ora debba avere fiducia, prima in te, poi in me e nella strategia che sarà fatta su misura per te. Vedrai che alla fine, sicuramente, e dico bene sicuramente, raggiungeremo il nostro obiettivo. Io ci sto, e tu?».
E lei rispose spontaneamente:
«Anch'io ci sto?».
Allora io, guardando prima la mamma poi Rim, dissi:
«Affare fatto. Non abbiamo tempo da perdere. Ecco il programma operativo: Faremo tre ore la settimana, due di matematica e una di fisica. Inizieremo lunedì prossimo alle sette. Va bene?».
Mamma e figlia si guardarono per un attimo, poi confermarono la mia proposta. La mamma era contentissima, mentre la figlia sembrava ancora incredula e mi guardò come se volesse ancora qualche ulteriore chiarimento. Allora io in quel momento mi alzai come per dire che avevamo finito, poi mi rivolsi a Rim dicendo:
«Rim, non perdere mai di vista questo obiettivo, cioè, prendere il diploma alla sessione ordinaria di giugno con un ottimo voto e che noi insieme, sicuramente, ce la faremo. Punto. Ora me ne devo andare.».

La contentezza e la soddisfazione della mamma apparirono palesemente sulla sua faccia sorridente. Rim, invece, con il suo angelico viso e dolcissimo sguardo sembrò quasi di sognare. In quel momento ci salutammo e la signora chiamò l'autista per riportarmi a casa.

Quella sera avevo preparato una cena veloce e mentre mangiavo, guardavo la televisione ma senza particolare interesse perché la mia mente era impegnata a pensare a quel incontro di quella sera. Per me era una piccola ma significativa conquista perché mi avrebbe assicurato una discreta entrata mensile fino a fine giugno della quale avevo tanto bisogno. Poi, la bellezza di Rim la sentii come la ciliegina sulla torta. Ma non di più.

L'indomani incontrai Mounir. Decidemmo di passare la giornata insieme visto che durante gli ultimi quindici giorni ero in trasferta di lavoro, perciò ci dovevamo aggiornare con le ultime novità. Quando gli parlai del mio incontro di ieri sera con Rim e sua madre, e del mio piano di preparala all'esame di maturità per tutto l'anno, fu molto contento. Poi mi chiese di Rim. Gli rispose che la sua compagna di classe la definì come ragazza dispettosa e litigiosa con tutti, professori compresi. Poi comunicava poco con le compagne di classe.

Il saggio Mounir mi fece capire che Rim appartenesse ad una categoria speciale di ragazze. Cioè, figlia dell'alta borghesia e dell'alta politica, bellissima, viziata e con forte personalità, perciò, doveva essere trattata in modo speciale e, così, con molta probabilità avrebbe risposto in modo speciale. Mounir mi consigliò di non darle molta confidenza all'inizio, ma di trattarla con quanti di velluto e, incontro dopo incontro, avrei scoperto il suo vero carattere e di conseguenza cambiato atteggiamento con lei. Mi sconsigliò di non comportarmi con lei secondo i pregiudizi suggeriti da Nadia, perché, facendo in quel modo, lei mi avrebbe esposto solo i suoi lati negativi come aveva già fatto con gli altri.

Mounir mi fece ricordare che con il tatto e le buone maniere si domano le tigri ed i leoni. Poi, con la sua solita risata, finì le sue osservazioni dicendo:
«Essendo molto bella e sensuale, vedrai che, prima o poi, ti trascinerà nelle sue profonde e burrascose acque. E, proprio lì fratello, tu non sai proprio nuotare. E così annegherai.», poi si mise a ridere.
Ed io gli chiesi:
«Ma di quali acque stai parlando?», facendo finta di aver capito.
E lui mi fece uno sguardo, come se volesse ricordarmi di qualcosa, poi mi disse:
«Fratello, sono le irresistibili acque dell'amore e dei desideri. Non lo sai o fai finta di non saperlo?».
E continuò a dire, ma questa volta con un tono di voce molto più serio:
«Conosco bene quel genere di famiglie, loro vivono in un mondo tutto loro, completamente diverso dal nostro. Siamo due mondi inconciliabili e perciò dobbiamo tenerci separati. L'abbagliante bellezza si trova ovunque, anche nel nostro mondo. Sappi fratello, loro sono molto gelosi della loro ricchezza e del loro potere, cercheranno in tutti i modi di tenerli sempre stretti e solo per loro. Ma io non ti voglio spaventare, ma solo avvertire.».

Le parole di Mounir mi colpirono profondamente. Lui, lavorando alla Lega Araba, conosceva bene quel mondo. Me ne aveva sempre parlato, ma con un senso critico. Per lui, il nostro mondo era più umano, vivibile e godibile del loro. Mounir sosteneva che il nostro mondo fosse basato sull'accontentarsi sempre, mentre il loro sul non accontentarsi mai. Perciò, noi riuscivamo ad essere felici con poco, mentre loro nemmeno con tanto riuscissero a raggiungere il nostro grado di felicità.

Quella sera, avevamo cenato insieme e ci eravamo messi a chiacchierare fino a tarda serata. Gli raccontai delle mie due trasferte e di tutte le nuove esperienze di lavoro. Mounir era il tipo di persona che preferisse ascoltare più che parlare. Ma quando parlava, era riflessivo o ironico. Prima di lavorare alla Lega Araba, per tanti anni, aveva insegnato alle scuole elementari. Tutti i suoi presidi gli assegnarono la prima. Quella più difficile da gestire. Ritenevano che fosse il maestro più idoneo, grazie ai suoi modi gentili e pazienza infinita.

Mounir mi disse diverse volte di aver avuto degli alunni che ragionassero meglio di tanti adulti. Secondo lui, a volte, conviene di più affrontare certe problematiche della vita con la mentalità dei bambini e non con quella degli adulti. Per me, Mounir era un vero maestro, anche di vita. Non fu un caso che il suo nome significasse in arabo l'illuminante. E per me lo fu per davvero.

Ottobre 1979 | Le prime lezioni