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Il Primo incontro | La svolta

§7. Le prime lezioni

Durante le prime lezioni, avevo fatto conoscenza con la cameriera figlia. In quella casa, madre e figlia facevano le cameriere. Capii anche che facessero parte di una famiglia numerosa di cameriere che prestavano servizio alla grande famiglia di Rim. Si chiamava Nour. Sembrava che avesse qualche anno di più di Rim ma, in realtà, era di qualche mese più giovane. Era più alta, più robusta e più formosa di Rim, ma meno delicata. Proveniva dalla regione del Nord Ovest, da un paese vicino a Beja. Gli abitanti di tutta quell'area sono montanari, quasi tutti alti, robusti e di carnagione bianca. Erano in parte i discendenti dei vandali che invasero la Tunisia nel quinto secolo, poi si rifugiarono sulle montagne in seguito all'invasione araba del settimo secolo. Era bella e sensuale, con caratteri europei, simpatica, solare, scherzosa, quasi sempre sorridente ed in movimento. Non si fermava mai. Quell'ordine e quella pulizia maniacali che regnavano in quella villa erano opera delle due cameriere, madre e figlia.

Io e Nour simpatizzammo subito. Eravamo diventati amici dopo i nostri primissimi incontri. Forse perché ci sentivamo figli del popolo e contemporaneamente al servizio dell'alta borghesia, o forse perché siamo solo persone semplici e spontanee. O forse ancora, eravamo così distanti, fino ad avvicinarci. Avevo anche notato che il rapporto tra Rim e Nour non era il classico rapporto tra padrona di casa e cameriera, ma di profonda amicizia e confidenza. In effetti erano cresciute insieme. Viste una vicina all'altra, Nour sembrava la sorella maggiore di Rim.

Dietro al suo apparente atteggiamento di ragazza allegra, curiosa, spensierata e sempre sorridente, Nour mi era apparsa, dopo le nostre brevi discussioni, una ragazza seria, concreta e con tanto buon senso. Lei di solito mi apriva la porta, mi accompagnava fino alla sala e mi portava il caffè. Poi, a fine lezione, mi accompagnava alla porta. Così ci salutavamo con il sorriso ad ogni inizio e fine lezione. Mi chiedeva sempre come stavo. Sembrava che avesse una certa pietà di me. Forse dopo aver saputo che ero vissuto orfano di padre e di aver passato la mia infanzia e gioventù nei collegi, lontano da mia madre e che continuassi ancora a vivere da solo. Il fatto di essere stato sempre molto gentile con lei e di trattarla con maggiore confidenza di Rim, le faceva sentire importante.

All'inizio di ogni lezione, mentre io e Rim ci preparavamo per la lezione, Nour si metteva vicino a noi e parlavamo per qualche minuto per sapere l'uno dell'altro. Facevamo la stessa cosa anche a fine lezione. A volte rimanevamo anche un quarto d'ora a discutere amichevolmente tutti i tre di argomenti di poco conto e che non riguardassero la scuola, ma comunque utili per rafforzare il nostro amichevole rapporto.

Dopo le prime lezioni, mi ero fatto una idea abbastanza chiara sulla preparazione scolastica di Rim e sul suo carattere. Ingredienti fondamentali per rendere effettiva la mia strategia e raggiungere il nostro obiettivo. Avevo notato che c'erano delle voragini di conoscenze da colmare. Avevo anche scoperto che Rim fosse molto intelligente, estremamente sensibile e che avesse un'ottima memoria. Quindi, disponeva di tutto il necessario per diventare una brillante studentessa.

Il primo passo doveva essere quello di farla interessare alle discipline scientifiche, poi indirizzarla verso lo studio proficuo. Avevo anche scoperto alcuni lati oscuri del suo carattere. Ci voleva poco per urtarla e farla rinchiudere su se stessa. A volte mi sembrava di aver che fare con una bambina di malapena tre anni. Cioè, era curiosa, spontanea e si comportava con tanta innocenza. Altre volte invece, la trovavo molto sveglia e scaltra ad insinuarsi e confondere le carte, usando la sua bellezza, la sua sensualità ed il suo magnetico sorriso per farsi perdonare tutto e finire per avere sempre ragione. Raramente, per fortuna, era aggressiva da sembrare di cercare lo scontro come se fosse ancora in piena adolescenza. E questo era, per me, il suo lato peggiore e più oscuro.

Più volte ebbi l'impressione che Rim cercasse il conflitto con me senza un apparente motivo. Ma io ho sempre cercato di evitarlo, perché sapevo che alla fine, indipendentemente dal fatto che io potessi avere torto o ragione, lei mi avrebbe comunque vinto. Senza nemmeno combattere. Così, appena mi accorgessi che lei mi stesse guardando in un certo modo con i suoi brillanti e stupendi occhi verdi, poi infilare le dita tra i suoi bellissimi e folti capelli, chiudendo leggermente la bocca, o mordendo leggermente il suo labbro inferiore, iniziai la mia programmata ed incondizionata ritirata strategica.

Io l'avevo sempre rispettata e trattata bene, cercando di continuo ad assecondare tutti i suoi capricci. Così, appena mi accorgessi che stesse sul piede di guerra, facevo finta di non aver sentito o di non aver capito le sue palesi provocazioni. Ma la cosa che mi imbarazzasse più di tutte, era quando cominciava a farmi delle domande fuori luogo che non c'entrassero niente con la matematica, la fisica o la scuola in generale, ma con la mia vita privata. Poi insisteva ad avere una risposta. Trovavo sempre difficile conciliare tra le sue curiosità, le mie mansioni di insegnante e la mia sfera privata. A volte avevo quasi la certezza che provasse piacere a mettermi in imbarazzo.

A volte avevo l'impressione che lei non facesse gli esercizi, non perché erano difficili o che non li sapesse, ma solo perché le avevo chiesto di farli. Ero convinto che lei rifiutasse qualsiasi autorità su di lei da parte mia. E senza capire il motivo, qualche volte, sentivo addirittura il suo disprezzo nei miei confronti. Quando questo accadeva, mi ero trovato spesso a dirle: «Scusa, ma che cosa ho fatto di male? Che cosa ho detto?». Ma lei non mi rispondeva, si limitava solo a guardarmi negli occhi per qualche secondo.

Dopo episodi del genere, avevo sempre cercato di continuare la lezione normalmente come se non fosse successo. Spesso avevo pensato che lei avesse bisogno prima di uno psicologo, poi di un insegnante di matematica e di fisica. Ma alla fine, decisi di fare entrambi le professioni per lei.

Avevo deciso di non arrendermi così presto perché quella ragazza, in condizioni normali, la trovavo speciale, come mi suggerì Mounir, bellezza a parte. Non potevo a priori sapere quanto tempo avrei dovuto aspettare fino ad avere i primi risultati positivi, ma ero convinto che il nostro obiettivo era raggiungibile. Sentivo che la strada da percorrere era lunga, ripida, tortuosa ed insidiosa, ma allo stesso momento mi sentivo uno stratega che sapesse come continuare ed attuare il suo piano con convinzione e determinazione. Cioè, esattamente come mi definì sua madre: il professore della provvidenza. Perciò, non avevo mai pensato di affrontarla apertamente ed immediatamente, ma di procedere con lei con calma e cautela, facendo piccoli e singoli passi. Perciò, considerai il nostro obiettivo come una sfida da vincere insieme a lei.

C'era anche un'altra cosa che io avessi sempre cercato di evitare con lei: dire qualcosa che potesse sembrare diretta verso di lei. Rim era una vera maestra ad insinuarsi e sentirsi subito offesa per la minima allusione. Perciò, quando volevo dire qualcosa che facesse riferimento a lei, la citavo esplicitamente, ma senza la minima offesa o riferimenti negativi. Anche Nour, mi disse che, varie volte, faceva arrabbiare pure lei per cose futili o addirittura mai dette o pensate.

Un giorno, a fine lezione, Nour mi accompagnò alla porta e prima di salutarmi mi disse a bassa voce:
«Ti pregò di continuare a rimanere paziente con lei, perché non è affatto cattiva, ma solo molto viziata da sembrare a volte maleducata.».
«Guarda che lo sto già facendo e continuerò a farlo. Purtroppo non vedo nessun tangibile miglioramento da parte sua e la cosa mi deprime veramente.».
«Sono sicura che con te prima o poi arriverà.».
«Me lo auguro di tutto il cuore. Sono qui per questo.».
Poi, Nour mi guardò negli occhi, mi fece un dolcissimo sorriso e mi disse:
«Ricordati che in fondo Rim ti vuole molto bene, anzi ti vogliamo bene tutte e due.».
Ed io le riposi sorridendo:
«Questa notizia mi riempe di gioia. Contraccambio i vostri sentimenti in pieno.»

Capii anche una cosa molto importante. Cioè, quelle due ragazze vivevano quasi segregate e che io ero l'unico uomo, al di fuori della famiglia, che le potesse vedere e stare con loro da sole. Perciò, cercavo sempre di essere gentile, rispettoso e rassicurante quando stavo con loro. Tutte le volte che ci trovassimo da soli in quella grande villa, loro avvertivano il senso di sicurezza e di protezione durante la mia presenza e, perciò, volevano che io rimanessi con loro fino al ritorno di uno dei genitori. Nour, però, aveva molta più libertà di uscire da sola, ma solo in caso di necessità. Se la cavava proprio bene a girare per Tunisi e fare acquisti, in modo particolare alla casba. Rim, invece, usciva di casa solo accompagnata.

Rim, vivendo segregata in un mondo tutto suo, non si rendeva conto di come la gente viveva nel nostro mondo, cioè quello del popolo. Un giorno, mentre facevamo lezione, venne Nour da noi per comunicare a Rim la notizia di fidanzamento di una loro amica e, così, rivolgendosi a lei disse:
«Sai che la nostra amica Yasmin si è fidanzata?».
«E con chi?», chiese Rim.
E Nour rispose:
«Con un insegnante di liceo.».
E Rim commentò:
«Poverina, morirà di fame.».
«E perché?», chiese Nour.
E Rim le rispose:
«Con lo stipendio di un insegnante non si comprerà nemmeno un paio di scarpe. Non vedi che per arrivare a fine mese tutti fanno ripetizioni.».
Io stavo seguendo la loro discussione in silenzio, ma in quel momento abbassai la testa e feci subito finta di non aver sentito, poi mi misi a leggere i miei appunti e correggere un errore che non c'era per farmi apparire impegnato. Nour si accorse subito che Rim avesse detto qualcosa che non doveva dire in mia presenza, e così, le fece un segno indicando me. Nour cercò di non farmi accorgere, ma io vidi tutto con l'angolo dell'occhio e continuai a rimanere in silenzio. Rim si accorse della sua gaffe, ma io continuai con la mia finzione come se nulla fosse successo. Quando Nour poi uscì dalla sala e ci lasciò da soli, Rim mi fece un sguardo molto dolce e mi disse:
«Scusami se ho detto quella cosa.».
Ed io risposi come se non fossi stato lì con loro:
«Che cosa?».
«Come gli insegnanti non arrivano a fine mese senza fare ripetizioni.».
«E perché ti devi scusare? In fondo è una cosa vera e la sanno tutti. Io facevo ripetizioni da quando ero studente, insegnante ed anche ora. Il sapere è una merce socialmente utile che ha sempre avuto il suo mercato e lo avrà sempre. Quello che stiamo facendo ora è utile sia per me, sia per te. Pensa che un quarto della popolazione tunisina vive dalla pubblica istruzione.».
«È vero, hai ragione. Ma io mi sono sentita in colpa dopo aver detto quella frase.».
«Perché ti devi sentire in colpa. Poi con chi?».
«Con te.».
«Con me! E perché?».
«Non lo so.».
E così io le dissi sorridendo:
«Senti Rim, con me sei libera di pensare e dire tutto quello che vuoi. Ma io ti avevo mai rimproverata per aver detto qualcosa?».
«No mai. Sei stato sempre educato e gentile con me. A volte mi fai proprio vergognare. Non capisco perché mi comporto così con te. In fondo tu mi stai aiutando tantissimo e Nour mi ha detto anche che tu mi vuoi tanto bene.».
Rim era anche questa.

C'era un'altra cosa che per me fu molto importante nel nostro rapporto. Era la stima e la fiducia della mamma di Rim nei miei confronti e che le avesse trasmesse anche alle due ragazze. Mi definì come un uomo serio, maturo e responsabile, ma con le apparenze di un ragazzo. Così mi rispose Nour quando le chiesi che cosa pensasse la madre di Rim di me. Per le due ragazze, la mia presenza era sempre gradita e rassicurante. Di conseguenza, mi ero sempre comportato con loro in modo da confermare quella visione che loro tre avessero di me.

Qualche giorno dopo, la zia di Rim mi chiese delle lezioni di matematica e fisica per la figlia ed il figlio, entrambi facevano il liceo scientifico. La figlia faceva il terzo anno, mentre il figlio faceva il primo. Con loro erano bastate poche lezioni per raggiungere l'eccellenza. Non avevano capito alcuni argomenti, ma erano molto interessati alla scuola e, soprattutto, educati ed obbedienti. Facevano esattamente tutto quello che io chiedessi loro di fare. I loro genitori erano contentissimi perché c'era una certa rivalità tra i cugini e l'andamento scolastico dei figli faceva la differenza. Tutti ci tenevano alla scuola tranne Rim. Questo fatto faceva male alla mamma e forse ancora di più a lei.

Mi ricordo ancora di un fatto abbastanza simpatico che riguardasse Yassin, il cugino di Rim, che all'inizio ed alla fine di ogni lezione mi chiedeva di fare un giro con Gazzella nel viale vicino a casa sua. Io, ovviamente, glielo permettevo sempre, anzi mi faceva anche piacere accontentarlo. Ogni volta che prendesse Gazzella, mi faceva ricordare quando avevo la sua età ed il mio sogno era quello di avere un motorino. Per contraccambiare la mia gentilezza, Yassin aggiungeva qualche crocetta in più sul calendario delle lezioni alla fine di ogni mese. Così, Gazzella divenne anche un mezzo per generare una piccola, ma apprezzabile, rendita. Quelle crocette in più, mi facevano risparmiare i costi della miscela e della manutenzione.

L'ultima settimana di novembre, andavo quasi mal volentieri a fare lezione a Rim. Il mio entusiasmo iniziò a scemare, cominciavo a scoraggiarmi lezione dopo lezione, a non riconoscermi più. Mi sentivo diventare di poca personalità, poco incisivo, quasi insignificante quando mi trovavo davanti a lei. Persi molta stima di me. Sicuramente, trovarmi in quella lussuosa villa di quella ricca e potente famiglia, al servizio di quella bellissima ragazza con quel suo carattere e forte personalità, mi faceva stare in un deprimente stato di inferiorità psicologica. Così, per paura di arrivare ad un conflitto con lei, non riuscivo più a seguire la mia strategia e raggiungere gli obiettivi promessi alla mamma. Alla fine dell'ultima lezione di novembre, lei mi chiese ironicamente:
«Perché sei così triste negli ultimi giorni. Mica hai perso qualcuno di molto caro?».
La guardai negli occhi seriamente e le risposi:
«Sì.».
E lei mi chiese senza nemmeno sembrare tanto interessata a saperlo:
«E chi è?».
«Il nostro obiettivo. Continuando a questo passo, non lo raggiungeremo mai. E questo mi dispiace non puoi immaginare quanto. Anche se io lo vedo ancora alla nostra portata. Perciò sono triste.».
Allora lei continuò a guardarmi negli occhi ma senza nessuna espressione, poi mi disse:
«Ma io vedo che tu non sei contento di me.».
«Io non sono contento solo dei risultati. Io sono qui solo per servirti e raggiungere un obiettivo comune. Ma quando i risultati sono deludenti, allora penso che ci sia qualcosa di sbagliato nel nostro operato.»
«Ma tu ci credi veramente che io possa prendere il diploma? Ma hai ancora fiducia in me?».
«Sì. E continuo ancora ad averla, altrimenti avrei già smesso da tempo di venire qui. Io credo ancora in te e nelle tue capacità.».
E non aggiunsi altro, ma continuai a guardarla negli occhi senza espressione. Anche lei continuò a guardarmi negli occhi senza dire niente. In quel momento mi sembrò che ciascuno di noi cercasse di leggere dentro l'anima dell'altro. Rimanemmo a guardarci negli occhi quasi ipnotizzati l'uno dall'altro. Sentii tanta tenerezza nei suoi bellissimi occhi verdi. Durante quei momenti, io sentii qualcosa di molto particolare verso di lei. Ma credevo anche lei sentì la stessa cosa verso di me. Ma non riuscii a capire di preciso cosa fosse. Ci fermammo di guardarci quando sentimmo la mamma arrivare da noi nella sala per fare il punto della situazione.

Durante il mese di novembre, senza saltare una solo lezione, avevamo fatto in tutto otto ore di matematica e quattro di fisica raggiungendo un risultato pressoché insignificante. Rim non era in grado nemmeno di imparare due formule di fisica a memoria. Per me fu una cosa scandalosa. Non mi era mai successa una cosa del genere con tutti i miei ex studenti. Ci sedemmo nello stesso salottino in fondo alla sala e negli stessi posti di quando ci incontrammo per la prima volta. Praticamente poco più di un mese fa. Avevo portato con me una cartella con degli appunti ed alcune schede dove erano segnati con precisione le date, gli argomenti trattati, gli esercizi assegnati ed i risultati raggiunti per ogni argomento ed ogni esercizio.

Come aprii la cartella ed iniziai ad illustrare quello che avevamo fatto durante le dodici lezioni, poi confrontando i risultati ottenuti con quelli attesi, appariva chiaramente il grande divario. Mamma e figlia rimasero letteralmente a bocca aperta. Così le misi davanti ai fatti. Non si aspettavano un'analisi così dettagliata e convincente. Poi dissi, guardando un po' l'una ed un po' l'altra:
«Continuando a questo passo, non arriveremo da nessuna parte. Quindi, o dobbiamo cambiare seriamente atteggiamento, oppure, per me, la lezione di questa sera potrebbe essere l'ultima. Io vedo che il mio lavoro non abbia prodotto i risultati attesi, ma nemmeno in minima parte. Io non posso prendere in giro nessuno perché non fa parte del mio carattere. Non ho altro da aggiungere.».

La mamma mi fece infinite lodi per la serietà, la professionalità e la sincerità. Poi, si rivolse alla figlia dicendo:
«Il professore si sta rivolgendo a te, non a me, quindi devi rispondere tu se vuoi continuare a prendere lezioni da lui ed impegnarti di più. Così come hai fatto finora non va bene.».
Rim con le lacrime agli occhi rispose quasi senza voce:
«Io voglio fare come dice lui, ma non ci riesco, non so come fare. Ma io avevo capito bene tutto quello che mi aveva spiegato, poi da sola non ero capace di fare niente.».
A quel punto intervenni dicendo:
«Rim, prima di tutto cerchiamo di essere onesti perché la faccenda è molto seria visto l'obiettivo che ci siamo fissati. Per imparare una formula di fisica a memoria, come te l'ho più volte detto, basta ripeterla e scriverla cinque volte. Non serve altro. Poi, se uno la utilizza di tanto in tanto, allora non se la scorderà mai. Tu hai un'intelligenza superiore alla media, simile ai tuoi cugini, allora io ora ti chiedo: Perché con loro ho ottenuto ottimi risultati con poche lezioni, invece con te quasi nessun risultato? La risposta sta nel fatto che tu, semplicemente, non provi ancora interesse in quello che studi. Questo è il punto. Noi, nella vita, non facciamo solo le cose che ci piacciono, ma facciamo anche quelle che dobbiamo fare, che ci piacciano o meno. Per ottenere qualcosa dobbiamo sempre rinunciare a qualcos'altro. Altrimenti, non arriveremo da nessuna parte. Tu ora hai la possibilità di scegliere tra impegnarti come si deve, poi prendere il diploma di maturità scientifica a giugno con un volto alto, oppure continuare a fare come hai sempre fatto e non prenderlo. A te la scelta. Io e la mamma, senza dubbio, ti consigliamo la prima.».

Mentre parlavo, la mamma mi guardava con attenzione ed ammirazione, mentre Rim sembrava solo molto desolata. Poi la mamma disse, guardando un po' me, un po' la figlia:
«Ma che dobbiamo fare ora?».
Io risposi subito:
«Interrompiamo le lezioni per una settimana, così lei avrà tutto il tempo di pensare, poi faremo decidere a lei se vuole riprendere o meno.».
La mamma disse subito:
«Ma per colpa sua tu perderai tutte le ore di lezioni.».
In quel momento, io estrassi un foglio dalla tasca con qualche nome ed il numero di telefono e le dissi:
«Guardi signora, questo elenco contiene il nome di alcuni studenti, e senza andare lontano, sono tutti del mio quartiere. Tutti aspettano almeno un paio di ore ciascuno la settimana. Ma io, le ore di Rim, non le darò a nessuno, a qualsiasi prezzo, finché lei rispettasse il patto che avevamo fatto durante il nostro primo incontro. Per me è una questione di etica prima di essere di guadagno. Io sto facendo del mio meglio e continuerò a farlo fino alla nostra ultima lezione perché io credo in me, in lei e nella nostra strategia per raggiungere il nostro obiettivo. Lei invece non sta facendo del suo meglio.».
Guardandomi negli occhi, la mamma disse:
«Sei veramente un signore, oltre ad essere un bravissimo professore. Sono veramente onorata di averti conosciuto.».
In quel momento Rim intervenne dicendomi:
«Ma io voglio continuare a prendere lezioni da te, non voglio perdere una sola. Ho capito, cercherò di impegnarmi di più. Dammi ancora un po' di tempo.».
Per mettere fine alla discussione la mamma disse guardandomi negli occhi:
«Allora facciamo così. Ti prego di continuare con lei fino alla fine del primo quadrimestre. Poi, se non vediamo nessun risultato, allora sarò io la prima a farla smettere. Sei d'accordo?».
Risposi affermativamente e la signora mi ringraziò calorosamente e mi accompagnò fino alla porta con la figlia.

Prima di salutarci, Rim voleva accertarsi che sarei tornato lunedì alle sette. Risposi di sì, allora lei fece il suo solito sorrisetto di bambina vittoriosa. Che diavola! Pensai.

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