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Perché ti chiamano Brown? | Eddy

§11. Pantera

La lezione successiva, appena finimmo la prima parte scolastica, Rim mi chiese di raccontarle la mia storia con Pantera. Sembrava molto incuriosita, forse perché pensava che fosse una vera storia d'amore che io la tenessi nascosta. Perciò, durante il mio racconto, avevo cercato di non farla minimamente ingelosire.

Prima di iniziare a raccontarle la storia, Rim assunse lo stesso atteggiamento di una bambina che stesse per ascoltare una bella favola. Era leggermente emozionata, sorridente e predisposta alla risata. E così iniziai a raccontare dicendo:
«Ti avevo già parlato di Pantera qualche lezione fa, ma prima di continuare con il resto, ti vorrei spiegare il contesto nel quale ci trovavamo. C'erano tre corso di laurea in fisica A, B e C. Così sono chiamati facendo riferimento ai tre anfiteatri, appunto A, B e C, dove si svolgevano le lezioni magistrali. Gli studenti di ciascun corso erano divisi in dodici gruppi dove ciascuno è composto da venti studenti. Il mio era l'ultimo, cioè, il gruppo 12 del corso C. Eravamo solo diciotto studenti ed era noto per avere il numero maggiore di ragazze. Sei ragazzi e dodici ragazze che, guarda caso, tre erano tra le più belle della facoltà di scienze. Poi, tra queste tre ragazze, c'era lei, Pantera che, senza dubbio, era la più bella di tutte le ragazze del Campus. Tutti gli studenti di un gruppo hanno gli stessi orari e seguono insieme le esercitazioni teoriche. Per quanto riguarda quelle di laboratorio, che sono obbligatorie e le dobbiamo fare tutte, ogni gruppo è diviso in due gruppi A e B perché nelle sale di laboratorio ci sono solo dieci posti. Il mio cognome e quello di Pantera hanno le stesse iniziali e, così, ci siamo sempre trovati uno dietro l'altro in tutte le liste in ordine alfabetico. In più, per qualche mese, avevamo fatto coppia fissa nelle esercitazioni di laboratorio. Poi, avevamo cambiato binomio perché cominciavo a non sopportarla più.».
Perché non la sopportavi più?
«Mi trattava come il suo assistente e non come il suo compagno. E questa cosa non mi andava giù. Così, stavamo spesso a discutere finché un giorno avevamo deciso di separarci. Da quel giorno la chiamai Pantera.».
«La sua famiglia è ricca?».
«Sì, ricca e potente. Il padre farmacista, la madre era dirigente in un ente pubblico, poi avevano molti beni. Lei era innamoratissima del suo papà e spesso lo citava. A volte era veramente seccante.».
«Ma la chiamavi Pantera?».
«Sì, ero l'unico a farlo, poi a volte le chiedevo pure di stare zitta quando esagerava.».
«Come mai solo tu a farlo?».
«Molto probabilmente, gli altri si sentivano in suggestione quando si rivolgevano a lei. Io invece mi comportavo con lei in modo del tutto simili a tutti i miei compagni. La sentivo diversa da me, ma anche da tutti noi, ma non superiore a nessuno di noi, come lei credeva di essere. La vedova una ragazza fortunata, ma non provavo nessun senso di invidia oppure di venerazione nei suoi confronti. Poi ero sincero con tutti e dicevo quello che pensavo, ma senza mai essere cattivo. Ed in questo, ma solo in questo, ci assomigliavamo. Qualche volta mi era sembrato che mi volesse bene. Ovviamente, non quando ci appiccicavamo che era una cosa abbastanza frequente. Ma lei non era affatto cattiva e ci voleva poco per farla sorridere.».

Rim sembrava molto divertita ed interessata a sapere ancora di più su Pantera. Così continuò a farmi delle domande:
«Ma vi appiccicavate spesso?».
«Per la minima cosa. Poi sono stati quasi sempre i miei compagni ad istigarmi a prendere una posizione contro di lei. Quando lei diceva qualcosa che non doveva dire, oppure faceva troppo la saputella, oppure raccontarci storie sul suo papà, allora tutti cominciavano a guardare me. Come per dire: Brown, all'attacco. A volte le rispondevo solo facendo qualche commento, ma più delle volte la ignoravo. Ma quando le rispondevo, sapevo benissimo come renderla ridicola e così facevo divertire i miei compagni. Ho sempre cercato di fare battute senza mai offenderla, ma solo di ridicolizzarla. Penso di essere riuscito quasi sempre.».
«Ma ti ricordi di qualche battuta?».
«Erano battute molto brevi, spesso solo di due o tre parole. A volte mi bastava solo dirle con un certo tono: "Pantera fai la brava.", oppure: "Tutte frottole.", per farla diventare viola di rabbia e far ridere i miei compagni. Mi ricordo che un giorno durante una lezione di meccanica razionale, il professore ci fece una domanda molto particolare, ma nessuno aveva risposto. Era l'unico professore a fare molte domande agli studenti e pretendeva delle risposte. Lui, come al solito, insisteva ad avere una risposta ma quel giorno nessuno di noi se la sentiva di rispondere e ci fu un lungo silenzio nell'anfiteatro. In quel momento io dissi spontaneamente:
«Oh, Pantera! Rispondi, salvaci.», e tutti i compagni si sono messi a ridere rompendo il silenzio. A quel punto il professore chiese:
«Chi è Pantera?».
E tutti di nuovo a ridere, ma più forte di prima, perché tutti sapevano chi era Pantera, ma nessuno la voleva indicare. Poi, non so se è stato solo il caso. Il professore indicò proprio lei per avere una risposta alla sua domanda. Probabilmente era spinto dal fatto che lei gli faceva spesso delle domande e rispondeva per prima alle sue. In quel momento tutto l'anfiteatro scoppiò a ridere di nuovo, ma ancora più forte di prima. Si era messo a ridere anche il professore perché capì in quel momento che Pantera fosse proprio lei. Comunque, in mezzo a tanto imbarazzo, Pantera riuscì a cavarsela abbastanza bene con l'aiuto del professore. Così appena finì, io dissi:
«Oh ragazzi! Facciamo un applauso a Pantera che lo merita.», e di nuovo tutti a ridere e applaudire.

Appena finì la lezione, Pantera era molto arrabbiata con me e mi rimproverò pubblicamente, ma io non le dissi niente, la ignorai completamente, come avevo sempre fatto dopo una battuta.

Da quel giorno, Pantera non mi rivolse più la parola per un paio di settimane. Poi, intervenne un nostro compagno di gruppo per ripristinare il nostro labile rapporto. Ma lei accettò a condizione che io prima le dovessi chiedere scusa per quel episodio. Ma io rifiutai categoricamente perché non le feci nulla di male. In fondo era una simpatica battuta nel contesto giusto che avesse divertito tutti, anche lei, senza recarle nessun danno. In fondo tutti sapevano che si chiamasse Pantera e lo sapeva pure lei.

Comunque, il fatto che io non facessi più battute su di lei da quel episodio, poi la ignorai completamente, le fece perdere molta popolarità ed anche simpatia da parte dei compagni.».
Rim sembrava molto divertita dalla nostra storia e così continuò a chiedermi:
«Ma poi avete fatto pace?».
«Un giorno, durante la ricreazione delle 16.00, stavo davanti alla buvette da solo a prendere un caffè e fumare una sigarette, i miei compagni di gruppo erano in aula per una esercitazione. Lei me si avvicinò e mi disse che mi volesse parlare. Così, ci appartammo in un posto discreto in modo da poter discutere liberamente senza essere disturbati. Discutendo, scoprii che ci volevamo comunque bene e che, in fondo, ci apprezzavamo per la nostra innata sincerità e spontaneità. Rimanemmo a discutere fino alle 18.00, avevamo praticamente saltato tutta l'esercitazione. Avevamo fumato più di una sigaretta insieme. Poi, quando finimmo la nostra discussione ci abbracciammo in segno di pace. Fu l'unico abbraccio tra noi.».
«Ma lei fumava?».
«Sì. Era l'unica ragazza del nostro gruppo a fumare pubblicamente. Le altre ragazze fumatrici, invece, lo facevano di nascosto. Solo quando stanno con noi, così fumavamo tutti insieme.».
«Poi, com'è andata a finire tra di voi?».
«Da quel giorno, il nostro rapporto cambiò radicalmente, eravamo diventati quasi amici. Ogni tanto ci appartavamo, ma sempre a sua richiesta, e così mi raccontava alcune cose della sua vita privata. Ogni tanto, poi, mi faceva leggere qualche lettera d'amore di studenti che le scrivevano. Erano veramente tanti. Uno era del nostro gruppo.».
«Ma lei era fidanzata?».
«No, mi disse che non le piacesse nessuno di tutti i ragazzi che avesse conosciuto fino a quel momento.».
«Ma tu ti fidanzeresti con una come lei?».
«Mai. Apparteniamo a due mondi diversi. Non siamo compatibili.».
«Cioè, come me e te?».
«Ma io e te ci amiamo ed è tutta un'altra storia. Con lei invece non ci fu nessun sentimento d'amore. Mi piaceva come piaceva a tutti i ragazzi. Ad un certo punto eravamo diventati quasi amici e confidenti, ma comunque avevamo mantenuto le distanze. L'anno successivo capitammo in gruppi diversi, quindi ci vedevamo solo casualmente durante le lezioni in anfiteatro, a mensa o nei corridoi. Ci salutavamo solo quando ci passavamo vicini.».

In quel momento Rim mi chiese di abbracciarla ed io le obbedì immediatamente. Poi ci sedemmo e lei continuò con le sue domande:
«Non vi siete più rivisti dopo l'università?».
«No, nemmeno per caso. So che attualmente fa la ricercatrice al dipartimento di chimica-fisica, ma non sono mai andato a trovarla anche quando mi trovavo al Campus per qualche motivo.».
«E non hai più notizie di lei?».
«Qualche mese fa, incontrai per caso sul metrò un mio ex compagno del gruppo 12 che fu innamorato pazzo di lei per un periodo. Così, dopo il saluto gli chiesi di lei. Mi disse che si era sposata con un assistente di chimica l'anno scorso e che, ora, sta facendo il dottorato di ricerca in chimica-fisica. Ma non mi fornì altri particolari.».
«Non mi stancherei mai di ascoltare le tue storie. Poi sei dolcissimo quando me le racconti.».
«Ed io non mi stancherei mai di raccontartele principessa.».

In quel momento finì la nostra lezione. Ci alzammo, e visto che nessuno ci potesse vedere, ci abbracciammo e concludemmo la nostra lezione con un morbido bacio sulle labbra. Poi Rim mi accompagnò alla porta e ci salutammo a modo nostro.

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