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Vantaggi e svantaggi | Il primo incontro

§5. Ottobre 1979

Ottobre è stato sempre il mio mese preferito di tutto l'anno. Il mese dolce, così l'avevo sempre chiamato. Il mese della frutta, datteri e melograni in particolare. Ma anche del dolce clima e delle lunghe passeggiate al parco del Belvedere e delle belle serate passate alla periferia nord di Tunisi, in modo speciale a Cartagine e Sidibou (Sidi Bou Said).

La prima settimana di questo piacevole mese l'avevo passata insieme ai colleghi in trasferta a Beja. Il capoluogo di una regione del Nord Ovest della Tunisia. La chiamavano la città dolce perché la sua terra produceva tanta frutta di ottima qualità. Ma Beja era anche famosa per i suoi formaggi. Poi, in tutta la regione, ci sono le grandi foreste, soprattutto di alberi di sughero.

Avevamo passato la settimana nella riserva naturale di Nefza, una località vicino a Beja, per studiare le variazioni del campo magnetico terrestre. Per me fu un'esperienza bellissima, direi quasi una vacanza scientifica. Mi ero veramente divertito lavorando tantissimo, scoprendo una parte di quella regione ed imparando un'infinità di cose nuove.

La seconda settimana, invece, l'avevamo passata in trasferta ad El Kef, capoluogo di una regione montagnosa, sempre del Nord Ovest ma confinante con l'Algeria. Una città che avevo già visitato diverse volte. Avevamo fatto lo stesso lavoro della settimana precedente a Beja, ma quella volta in prossimità della miniera di ferro di Al Jerissa, la più grande della Tunisia. Per raggiungere il nostro posto di lavoro ad El Kef, dovevamo percorrere strade strette ed a tratti rovinate, ma molto panoramiche. Il paesaggio era bellissimo. Come al solito, quando andavamo in trasferta tutti i quattro insieme, andavamo con due macchine. La prima era una normale da turismo distinguibile solo dagli stemmi del Ministero dell'Energia e del Centro Geofisica, mentre la seconda era la pesante ed attrezzatissima Land Rover che seguiva la prima.

Da consuetudine, i colleghi Anzianotto e Medio viaggiavano sulla macchina da turismo, mentre io ed il collega Giovane viaggiavamo sulla Land Rover. Arrivammo ad El Kef nel tardo pomeriggio e ci sistemammo nel solito albergo al centro della città. I miei colleghi la conoscevano bene, ci andavano con molta frequenza negli ultimi anni. La sera ci riunimmo nella sala dell'albergo per pianificare il lavoro del giorno dopo. Passammo una piacevole serata insieme discutendo di lavoro, parlando e sparlando del Centro e di tutti i suoi dipendenti. In modo particolare delle signore e signorine che erano l'argomento preferito del Medio.

Il giorno seguente, ci alzammo presto e ci dirigemmo verso la miniera di Al Jerissa. Eravamo tutti i quattro sulla Land Rover, tre davanti ed uno dietro insieme alle strumentazioni. L'altra macchina da turismo non ce l'avrebbe mai fatta ad arrivare fino alla miniera a causa delle pessime condizioni della strada e le ripide salite. La Land Rover, invece, con le sue quattro ruote motrici tassellate e con il suo potentissimo motore si trovava a proprio agio ad arrampicarsi su quelle montagne. Davanti eravamo seduti io, l'Anzianotto ed il Medio. Dietro c'era il Giovane insieme alle strumentazioni. Al volante c'era l'Anzianotto, un esperto autista, aveva fatto un corso di guida fuoristrada ed era sempre calmo e preciso nelle manovre.

Prima di imboccare la tremenda scalata, si fermò e ci chiese di non rivolgergli la parola finché lui non ce l'avrebbe detto per non distrarlo. Fece una breve preghiera, poi inserì la modalità di quattro ruote motrici con mezze marce e partimmo. La nostra Land Rover aveva quattro marce e quattro mezze marce. Cioè, tra una marcia e l'altra c'era la possibilità di inserire una mezza marcia che risultava conveniente sulle strade con forti pendenze. Mentre salivamo di quota, con tornanti che non finivano mai, guardavo a destra ed a sinistra il panoramico paesaggio ed i precipizi che, a volte, erano a meno di un metro da noi. Pensai che ci voleva veramente poco per mettere fine a tutto su quella strada. Erano pochi chilometri, ma veramente molto insidiosi e pericolosi da percorrere. Quel tratto di strada aveva il triste primato di aver causato non pochi incidenti. Alcuni, purtroppo per i mal capitati, furono mortali. La nostra Land Rover, con tutto il suo carico, si arrampicava come se nulla fosse.

Dopo quasi mezzora, raggiungemmo l'altopiano dove c'era la miniera e dove dovevamo prelevare i dati del campo magnetico terrestre. Pensavo di incontrare poca gente lassù, ma mi sbagliai. C'era tanta gente che lavorava in quella miniera e ci abitava nelle sue prossimità.

Appena scendemmo dalla Land Rover, ci trovammo circondati dai minatori. Erano una cinquantina. In quel momento l'Anzianotto disse con un'aria abbastanza preoccupata:
«Eccoli di nuovo. Ogni volta la stessa storia. La volta scorsa quasi quasi ci sequestravano. Vediamo che cosa ci faranno questa volta».

Gli operai erano molto arrabbiati, parlavano tutti contemporaneamente e gesticolavano di continuo. Lamentavano tanti problemi come stipendi decurtati, assegni famigliari non erogati, premi concordati ma non ricevuti, promesse di indennità per infortuni mai mantenute, pessime condizioni di lavoro ed altri problemi minori.

Fu veramente dura far loro capire, ancora una volta, che noi eravamo semplici dipendenti come loro. Poi, essendo tecnici del dipartimento di geofisica e non lavoravamo al Ministero, non potevamo fare niente per loro. Comunque avevamo, ovviamente, dato loro ragione e spiegato più volte che dovessero rivolgersi al sindacato per risolvere i loro problemi. Non ci lasciarono lavorare finché non avessimo dato loro la nostra parola di segnalare tutti i loro problemi a qualche dirigente del Ministero appena saremmo tornati a Tunisi.

Quel mio primo incontro con i minatori mi colpì profondamente nell'anima per quella povera gente. Per la loro esplicita povertà, i loro corpi piccoli e magri per riuscire ad insinuarsi facilmente nei cunicoli delle miniere, le loro disumane condizioni di lavoro ed i seri rischi che correvano ogni giorno. Senza parlare, poi, delle malattie respiratorie che potessero sviluppare. I loro sguardi spenti e la loro rassegnazione davanti ai fatti mi fecero notare due cose. La prima era la mia fortuna di non essere uno di loro perché avevo studiato. La seconda, invece, era come da tutta quella ricchezza che loro producevano, ottenevano solo briciole. Poi, tutto il resto andava a pochi parassiti dell'alta società.

Qualche anno indietro, vidi un'opera teatrale che si chiamava "I topi delle gallerie" che raccontava proprio la vita dei minatori in quella miniera. Quell'opera mi colpì tantissimo. Figuriamoci il sentimento che uno potesse provare a trovarsi davanti ai veri protagonisti, dentro quelle gallerie e le loro condizioni di lavoro. A proposito, quell'opera teatrale fu messa al bando dopo poche presentazioni dal governo dittatoriale della Tunisia.

Finita la settimana di lavoro ad El Kef, tornammo a Tunisi con un bel bottino. Oltre a quello della trasferta, ci toccava anche una settimana di riposo, oppure due settimane di lavoro di solo mezza giornata. Io scelsi questa seconda opzione. Così, i dolci pomeriggi di ottobre li potevo passare alla periferia nord di Tunisi insieme a Mounir che lavorava sempre solo mezza giornata e fino a giovedì. Lui godeva degli invidiabili orari di lavoro della Lega Araba.

La terza settimana di ottobre fu tranquillissima. Lavoravo solo di mattina in ufficio analizzando ed elaborando i dati raccolti durante le due settimane precedenti. A mezzogiorno lasciavo l'ufficio ed andavo al Café de Paris dove prendevo un buon caffè, non come quello che ci offrivano al Centro. Poi, leggevo il giornale ed aspettavo l'arrivo di Mounir per pranzare insieme. Dopo pranzo andavamo al parco del Belvedere. Qualche volta entravamo allo zoo, ma senza guardare gli animali. Andavamo direttamente alla caffetteria che si trovava dentro lo zoo. Lì, prendevamo il classico tè alla menta con pinoli, mentre chiacchieravamo guardando tutto intorno ed ascoltando i verbi di tutti gli animali dello zoo. Ci sembrava di essere nel centro della foresta equatoriale africana e non al centro di Tunisi. Era veramente un posto speciale.

La caffetteria all'interno dello zoo era diversa da quella del laghetto gestita da Garofano che si trovava fuori dallo zoo, ma sempre nel parco del Belvedere. La caffetteria di Garofano distava circa cinquanta metri dall'ingresso dello zoo. Le serate, invece, le passavamo tra Cartagine e Sidibou. Lì c'era sempre qualche spettacolo o manifestazione culturale da vedere la sera.

Lunedì 15, dopo aver passato il pomeriggio nella caffetteria del Belvedere insieme a Mounir, mentre Garofano di tanto in tanto si univa a noi, decisi di tornare a casa a piedi e passare la serata a guardare un documentario in televisione. A proposito, a Mounir non piaceva Garofano. Sosteneva che fosse impertinente, volgare e ficcanaso. A dire il vero, Garofano, a volte, appariva proprio così.

Prima di arrivare a casa, dovevo passare davanti a quattro palazzi del mio quartiere. Di tardo pomeriggio, era consuetudine degli abitanti affacciarsi dai balconi e guardare il grande giardino con il suo vasto prato verde dove giocavano i bambini. Era un modo per passare il tempo, controllare i bambini ed il quartiere.

Dal balcone del terzo piano del secondo palazzo, vidi un mio amico che mi facesse un cenno di salire a casa sua. Conoscevo bene tutta la famiglia da diversi anni ed eravamo sempre stati in ottimi rapporti. Immaginavo che, come al solito, qualcuno in famiglia avesse bisogno di una mano per la scuola. E non mi sbagliai nemmeno quella volta. La sorella, Nadia, che faceva l'ultimo anno del liceo scientifico, era in crisi. Doveva fare il giorno dopo il primo compito di matematica dell'anno su un argomento nuovo che lei non avesse capito bene. Poi, non voleva prendere un brutto voto proprio all'inizio dell'anno e, soprattutto, al primo compito.

Nadia era una ragazza molto bella, ma anche scorbutica, perciò tutti cercavano di evitarla, me compreso. Ma in quella circostanza non potevo non darle una mano visto il mio rapporto con il fratello e con tutta la famiglia. Così le spiegai l'argomento e facemmo molti esercizi. Lasciai la sua casa solo dopo essermi assicurato che, l'indomani, lei averebbe fatto un buon compito. Ci salutammo dopo gli infiniti ringraziamenti da parte della mamma e tornai a casa.

Sabato 20, mentre tornavo a casa a piedi, camminando in prossimità del palazzo dove abitava Nadia, la vidi sul balcone. Mi salutò da lontano e mi fece un cenno di salire a casa sua. Era molto garbata quella volta e c'era un buon motivo per esserlo. Aveva preso il miglior voto al compito di matematica, grazie, ovviamente, al mio piccolo aiuto. La mamma era contentissima perché la figlia non fu mai una cima a scuola, e ancora meno in matematica. Così, la mamma mi ringraziò e mi offrì da bere e dei dolcetti. Prima di uscire, Nadia mi disse che una sua amica, vedendo il suo exploit al compito, le aveva chiesto come aveva fatto ad ottenere quel risultato. Nadia le rispose grazie al mio aiuto. A quel punto, la sua amica le chiese se potesse chiedermi di farle delle ripetizioni di matematica e fisica.

Parlando della sua amica, Nadia mi disse che la sua famiglia era dell'alta finanza e dell'alto potere politico dicendomi il cognome. Poi aggiunse che era pure di abbagliante bellezza. La più bella del liceo, in assoluto. Ma aveva anche un bruttissimo carattere. Litigava di continuo con tutti, professori compresi. Perciò, era odiata dalla maggior parte delle compagne ed anche da qualche insegnante. Avevo risposto che ero disponibile a farle qualche lezione di prova, poi avrei deciso se continuare o meno visto il suo particolare carattere. Nadia mi disse che le avrebbe telefonato subito, dandole il mio numero di telefono. Prima di uscire chiesi a Nadia:
«Scusa, come si chiama questa ragazza?».
E lei rispose:
«Rim, Rim...», e mi disse il cognome.
Ovviamente, il cognome diceva tanto, mentre il nome mi fece ricordare diverse poesie e canzoni d'amore. Ma nient'altro. In effetti, Rim è un nome poco comune di ragazza in tutti i paesi arabi. Nella lingua araba indicava la bella ed elegante gazzella del deserto. Nelle poesie e canzoni d'amore, invece, i poeti si rivolgevano alle loro amate ragazze indicandole con Rim per non svelare il nome. Nel linguaggio comune, invece, si usa come aggettivo per indicare una ragazza magra, bella ed elegante nel camminare. Comunque la combinazione di quel nome con quel cognome, in arabo, suonava proprio bene.

Avevo programmato di passare la serata a leggere il giornale che non avevo aperto per tutto il giorno, poi, prima di dormire, come al solito, leggere qualche pagina di un libro al letto. Avevo appena iniziato a prepararmi la cena quando il telefono squillò. Dall'altra parte della cornetta c'era una signora che, con un tono molto garbato, si presentò come la mamma di Rim, la compagna di classe di Nadia. Dopo i saluti e la sua richiesta, le diedi subito la mia disponibilità. E così lei mi disse:
«Bene. Allora quando ci possiamo incontrare per conoscerci e preparare un programma?».
Guardai l'ora, erano quasi le sette, e le risposi:
«Più o meno a quest'ora signora, quando torno dal lavoro. Scelga lei il giorno.».
«Ci possiamo incontrare oggi, tra mezzora? È possibile?».
«Sì. Sono disponibile.».
«So che lei abita ad El Menzah, vicino a Nadia, noi abitiamo all'Ariana, quindi siamo distanti circa tre chilometri. Fra poco verrà l'autista e la porterà qui da noi.».

Così, ci mettemmo d'accordo sul posto dove l'autista mi avrebbe trovato facilmente. Mi preparai velocemente e dopo pochi minuti stavo ad aspettarlo nel punto concordato. Puntualmente, alle sette e mezza eravamo davanti a casa di Rim. La signora sembrava di quelle persone che non rimandavano mai per domani quello che potessero fare oggi.

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