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Il colloquio al centro geofisico | Vantaggi e svantaggi

§3. Il mio nuovo lavoro

Il giorno successivo fu il mio primo giorno di lavoro al Centro Geofisico. Ero puntualissimo. Alle otto precise stavo già nel mio ufficio. Era la stanza dove il giorno precedente avevo sostenuto la prova scritta di lingua inglese. L'avevano attrezzata in una sola mezza giornata con tutto il necessario trasformandola nel mio piccolo, pulito, sobrio ed essenziale ufficio. Era grande tre metri di larghezza per quattro di profondità. In pratica, quando mi trovavo seduto alla mia scrivania, avevo l'armadio dietro le spalle, due sedie davanti per eventuali visitatori, una parete bianca di fronte, l'ampia finestra alla mia sinistra e la porta d'ingresso alla mia destra. Sulla parete frontale c'era una grande e bella carta geografica in rilievo della Tunisia molto dettagliata, un calendario perfettamente leggibile da qualsiasi punto dell'ufficio ed una bacheca in sughero. In basso alla bacheca c'era una lunga, stretta e sottile mensolina in alluminio con due piccole scatole in plastica trasparente, una per gli spilli ed una per i fermagli. Poi, piccoli blocchi di carta autoadesivi di vari colori.

Mentre stavo prendendo confidenza con il mio ufficio, affacciandomi di tanto in tanto alla finestra, mi sedevo e mi alzavo dalla poltrona, aprivo e chiudevo i tiretti della scrivania e le ante dell'armadio, il direttore venne da me. Ci salutammo quasi contemporaneamente. Sembrava che ciascuno volesse salutare l'altro per primo. Il direttore prima mi chiese del mio ufficio, poi di accomodarmi nel suo ufficio per spiegarmi il mio nuovo lavoro. Così, pochi minuti dopo, ci ritrovammo nella stessa situazione di ieri mattina. Lui che parlava dietro la sua scrivania ed io ascoltavo seduto di fronte a lui. Iniziò a dire:
«Allora, prima di tutto, d'ora in poi ti chiamerò con il tuo nome, dandoti del tu, come faccio con tutti i tuoi colleghi. Poi tu hai quasi l'età di mio figlio.».
Ed io risposi con un sorriso:
«Va bene direttore, anch'io preferisco questo trattamento. Mi sembra più amichevole e naturale.».
«Qui le regole sono poche e semplici ma tassative. La prima è che tu devi fare solo quello che ti chiederò di fare. La seconda è che in caso di dubbio, chiedimi. Le altre poche regole rimaste te le dirò strada facendo. È chiaro?».
«Chiarissimo.», e gli feci un saluto militare. E lui rispose con lo stesso saluto e con un sorriso:
«Riposo tenente. Ora al lavoro.».

Da piccolo, nei collegi, sono stato educato all'obbedienza ai miei superiori ed al rispetto delle regole. Così, nella mia vita, anche senza genitori, ho avuto pochi problemi e solo vantaggi. Il direttore poi mi spiegò il mio lavoro in modo chiaro, semplice e preciso. Da quel punto di vista mi piaceva molto il suo modo di comunicare con me, ma anche con gli altri.

Nel mio nuovo lavoro al Centro, dovevo occuparmi delle elaborazioni dei dati geofisici relativi alla resistività del suolo ed al campo magnetico terrestre in prossimità delle miniere di ferro. Questi dati provenivano dai rilevamenti effettuati dai miei colleghi mediante specifiche strumentazioni. Poi, le informazioni ricavate dalle mie elaborazioni servivano per la stesura di rapporti tecnici redatti in lingue francese ed inglese. I rapporti in francese, con contenuti sensibili e specifici, dovevano essere inviati al Ministero dell'Energia e delle Miniere. Contenevano risultati geofisici molto preziosi perché dovevano servire per stabilire la direzione del proseguimento degli scavi nelle gallerie sotterranee. I rapporti tecnici invece, redatti in inglese, erano delle pubblicazioni accademiche di geofisica applicata che, in generale, servivano per le università, in modo particolare agli studenti di fisica e di geologia.

Il direttore mi spiegò come, grazie a lui, il Centro Geofisico aveva abbandonato la dipendenza dalla Francia a favore dell'America. Secondo lui, i francesi erano molto indietro rispetto agli americani. Mi spiegò come in passato, lui imparava dai francesi dopo che loro avessero imparato dagli americani. In seguito alla sua lungimirante scelta, lui imparava direttamente dagli americani, cioè dalla fonte. Non potevo non dargli ragione. E così gli dissi:
«Ora capisco l'importanza della lingua inglese per il nostro lavoro.».
«Appunto, perché la lingua della ricerca del Centro è ormai l'inglese da cinque anni. Ora, con te, faremo ancora un ulteriore balzo in avanti.».
Ero molto contento di sapere tutte queste cose. Poi il direttore aggiunse:
«Gli americani sono molto più pratici, pragmatici ed anche generosi dei francesi. Ci hanno regalato strumentazioni, libri, conoscenze e saper fare senza farcelo pesare. Poi, ci trattano alla pari. Non sono come i francesi. Io ho collaborato con i francesi per vent'anni e cinque con gli americani. In cinque anni con gli americani sono cresciuto molto di più che durante i venti anni con i francesi.».
In quel momento lo interruppi educatamente:
«Scusi direttore, ma che rapporto ora ha con i francesi?».
«Siamo sempre in buoni rapporti di collaborazione, ma non ci sentiamo più inferiori a loro e soprattutto non più dipendenti da loro. Ci sentiamo alla pari. Questo è molto importante nelle nostre relazioni.»

Il direttore mi fece pure sapere dei suoi progetti per i prossimi anni che dovrebbero essere realizzati per tappe. Il primo era quello di trasformare la grande sala, dove normalmente lavoravamo tutti insieme, in un vero e proprio Centro di Elaborazione Dati (CED), completamente informatizzato. Io e lui saremmo stati gli unici artefici di tutto il progetto. Gli altri colleghi, invece, dovevano rimanere dove si trovavano, cioè, nella raccolta dei dati sul terreno e la rappresentazione grafica dei profili geofisici dei terreni. Secondo lui, loro erano molto adatti a lavorare all'esterno perché avevano accumulato una notevole esperienza e conoscenza dei luoghi e dei contesti. Noi due, invece, avremmo continuato a lavorare all'interno creando con loro un gruppo sinergico. Non aveva escluso la possibilità di assumere in futuro un informatico. Era così chiaro nelle sue esposizioni al punto di non trovare nessuna ulteriore domanda da fargli.

Appena il direttore finì di spiegarmi le mie mansioni ed i futuri piani, ci dirigemmo verso la grande sala per presentarmi ai colleghi. Erano tre, tutti tecnici di alto livello. Il primo, il più anziano, che nel resto del racconto chiamerò l'Anzianotto, era sulla quarantina, un esperto in misurazioni fisiche. Il secondo, che chiamerò il Medio, era un esperto in topografia e rilevamento dati. Il terzo, il più giovane, che chiamerò il Giovane, era un elettrotecnico esperto in impiantistica. Io, invece, ero il più giovane del nostro team e dovevo diventare esperto in elaborazioni ed interpretazioni di dati geofisici.

La sala era enorme. C'erano quattro scrivanie, una era la mia. Ero l'unico del gruppo ad avere l'ufficio personale oltre la scrivania nella sala. In un angolo della sala, c'era un grande tavolo rettangolare che servisse sia per il lavoro, sia per le riunioni, sia per poggiare provvisoriamente documenti, disegni e quant'altro. Poi, c'erano quattro grandi armadi in acciaio, molto robusti e con ante scorrevoli, due erano senza scaffali. Le altre due, invece, avevano diversi scaffali di varie altezze che contenevano tutto il materiale che ci potesse servire per il lavoro. C'erano anche due tavoli da disegno, uno piccolo ed uno grande. In quella sala, i miei colleghi lavoravano insieme per la rappresentazione grafica dei profili geofisici dei terreni. Poi li archiviavano rotolati all'interno di lunghi tubi di plastica nei due armadi senza scaffali. Subito dopo, io e il direttore tornammo nel suo ufficio per spiegarmi quello che dovevo fare nei prossimi giorni.

Secondo i suoi piani, a partire dal nuovo anno, cioè dall'inizio di gennaio, dovevo iniziare ad occuparmi dell'elaborazione dei dati utilizzando i nuovi metodi informatici. Quindi, avevo tre mesi di preparazione per questa nuova mansione che si prevedeva strategica per il Centro. Il direttore mi chiese per prima cosa di portare tutta l'enciclopedia di geofisica applicata, dieci volumi in lingua inglese, dal suo primo armadio al mio e di leggerli tutti. Poi, selezionare gli argomenti che potessero servire al nostro lavoro. Mi disse anche che tra qualche giorno sarebbero arrivati al Centro due computer. Uno per il nostro dipartimento, l'altro invece per quello di geologia. Così, avrei iniziato subito ad utilizzarlo e soprattutto ad imparare a programmarlo.

Ero contento all'inverosimile di sentire questa notizia che per me fu sicuramente la più interessante. Ma, secondo lui, quello che dovevo capire subito e bene era il lavoro dei miei colleghi, sia sul terreno, sia sulla rappresentazione dei profili geofisici.

Nei giorni successivi stavo sempre a fianco dei colleghi, soprattutto quando lavoravano sul terreno. Cercavo di sapere e capire tutto quello che facevano, in modo particolare come rilevavano i dati con le strumentazioni e come li usavano per disegnare i profili geofisici. Questo per quanto riguardava la resistività del suolo. Per quanto riguardava i rilevamenti dei dati del campo magnetico terrestre, invece, la procedura e la strumentazione erano molto semplici. Si trattava di rilevare i valori del campo magnetico ad intervalli regolari con un semplice magnetometro in punti prestabiliti. Quei valori dovevano poi essere annotati in tabelle indicando il numero di riferimento di ciascun punto, la data, l'ora ed il valore. In seguito, tutti quei dati dovevano essere analizzati ed interpretati da me e dal direttore.

Dopo una solo settimana dalla mia assunzione, avevo già consegnato tutti i documenti che il capo del personale mi avesse chiesto. Un giorno, mentre stavo in ufficio, lui mi telefonò e mi chiese se potessi presentarmi da lui in quel momento. Andai immediatamente e, così, mi illustrò la mia posizione gerarchica all'interno del Centro, le mie mansioni ed il quadro economico con tutti i dettagli. Alla fine, mi consegnò il tesserino di lavoro ed un patch molto bello ed appariscente con lo stemma del Ministero dell'Energia e del Centro Geofisico, da esibire o applicare sul petto in caso di necessità. Subito dopo, mi recai in magazzino per ritirare gli indumenti tecnici per il lavoro sul terreno.

Mi ricordo ancora l'orgoglio ed il piacere che sentivo mentre percorrevamo le strade con la nostra attrezzatissima e scenografica Land Rover, con i suoi stemmi del Ministero dell'Energia e del Centro Geofisico Nazionale. La nostra Land Rover attirava ovunque l'attenzione. Sembrava un veicolo del Camel Trophy. Quante volte gli agenti della guardia nazionale e della polizia stradale ci diedero la precedenza a prima vista, con l'immancabile saluto.

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