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Pantera | Gennaio 1980

§12. Eddy

L'incontro successivo, appena finimmo la nostra lezione, Rim cominciò a sorridere e mi disse:
«Ora mi racconti la storia di Eddy, la tua bicicletta.».
«Allora non ti sei scordata a chiedermela come pensavo?».
E lei mi rispose ridendo:
«Per niente, aspettavo la fine della lezione per ascoltarla.».
Mentre stavamo disponendo le sedie in modo da trovarci uno di fronte all'altro, le dissi:
«Principessa, ora preparati a ridere. Te la racconterò tutta.», e lei si mise subito a ridere e mi disse:
«Sì, la voglio sentire tutta. Non saltare niente.».
Mi concentrai per un attimo, poi iniziai a raccontarle la storia di Eddy:
«Gli anni passati al Campus sono indimenticabili per me, ed i ricordi più belli sono quelli legati ad Eddy. La mia casa, nella quale abito tuttora, dista circa tre chilometri dal Campus. Quasi la stessa distanza dal centro di Tunisi, e circa un chilometro dalla fermata dell'autobus numero 38 che porta al Campus. Poi, a quasi cinquanta metri da casa, c'è la "Route X", la strada a scorrimento veloce che passa accanto al Campus. Quindi, per raggiungere l'università avevo due possibilità : fare l'autostop all'incrocio con la "Route X" vicino allo STOP, oppure arrivare fino alla fermata dell'autobus. Come tutti gli studenti del Campus, avevo l'abbonamento all'autobus 38 che passava con molta frequenza, soprattutto la mattina. Ma, purtroppo, arrivava alla mia fermata quasi sempre pieno, e, molto spesso, non si fermava nemmeno. A volte dovevo aspettare più di un'ora prima di prendere il primo che si fermasse. Anche l'autostop non era affatto assicurato, andava a colpi di fortuna. Poi eravamo diversi ragazzi a fare l'autostop. Perciò, nessuna delle due soluzioni funzionava per me. Arrivavo spesso in ritardo e perdevo la prima parte delle lezioni. Per me fu un grosso problema quando di mattina avevo un'esercitazione di laboratorio oppure un esame parziale. L'unica soluzione era andare a piedi, oppure svegliarmi presto, andare al centro di Tunisi e prendere l'autobus da lì. Così decisi di trovare una soluzione sistematica. Un motorino sarebbe stato l'ideale, ma purtroppo non potevo permettermelo. Oltre il prezzo che non avevo, poi andava a miscela e quindi una spesa continua. Inoltre, necessitava di una minima manutenzione. Con la mia borsa di studio ed i guadagni delle ripetizioni riuscivo solo a vivere, limitandomi al necessario. Perciò avevo pensato di comprarmi una bicicletta che per me era pratica ed abbordabile. Doveva comunque essere usata. Non solo per questione di prezzo, ma anche di convenienza perché una bicicletta nuova era soggetta al furto. Quindi, una bicicletta che non doveva dare nell'occhio e doveva avere solo le parti essenziali. Mi ricordo che comprai Eddy un sabato mattina al mercato delle biciclette usate e la pagai dodici dinar e mezzo pacchetto di sigarette.».
E lei subito mi interruppe tutta stupita:
«Mezzo pacchetto di sigarette?».
«Sì, il venditore voleva almeno un dinar in più, ma io rifiutai. E mentre lui insisteva, gli offrii una sigaretta. Vedendomi irremovibile, mi chiese di dargli il pacchetto che stava quasi a metà. Così arrivammo a concludere l'affare.», e Rim scoppiò a ridere e mi disse:
«Ma non potevi dargli un dinar in più?».
«Macché! Con un dinar ci compravo quattro pacchetti di sigarette. Poi, mi ricordo che quel tizio era furbo, ero sicuro che quella bicicletta l'avesse rubata.».
«E come hai fatto a capirlo?».
«Era una bicicletta d'epoca, molto ben costruita, ma aveva solo il telaio, la sella, le ruote ed il freno davanti. Aveva anche un robusto portapacchi. Era piena di polvere e con le gomme sgonfie. Molto probabilmente era rimasta abbandonata per anni in un garage finché non venne quel tizio e la rubò. Poi, appena gli offrii dieci dinar lui si dimostrò intenzionato a venderla. Quella bicicletta valeva molto di più. Ma io riconosco bene i miei polli.».
E lei scoppiò di nuovo a ridere guardandomi con dolcezza ed ammirazione e mi chiese:
«Ma io sono la tua pollastra?».
«Tu sei la mia principessa ed il mio cuore. Ed io, sono il tuo pollo?», e lei rispose senza esitazione:
«Sì.», e scoppiammo entrambi a ridere questa volta.
Poi continuai:
«La chiamai lo stesso giorno Eddy, in onore al ciclista Eddy Merckx. Qualche giorno dopo, io ed Eddy stavamo scarrozzando per le vie di Tunisi e per tutto il Campus. Eravamo inarrestabili. A vedermi da lontano su Eddy, sembravo un uomo portato via da un pezzo di cancello.», e lei scoppiò a ridere.

Aspettai che finisse di ridere e continuai:
«Nel campus, Eddy ebbe subito un successo strepitoso. Tutti i giorni, durante la ricreazione, c'era la fila davanti al dipartimento di fisica. Tutti lì per fare un giro su Eddy che era l'essenzialità fatta bicicletta: un telaio con due ruote ed un manubrio che girava a trecentosessanta gradi. Aveva un solo freno, quello d'avanti, che tra l'altro frenava poco. Perciò se non sapevi aiutarti con i piedi per fermarla, era quasi scontato trovarti a sbattere contro qualcuno o qualcosa, oppure continuare dritto senza prendere la curva. Bisognava moderare la velocità e mai superare quella limite, altrimenti diventava indomabile. Eddy non perdonava mai gli sprovveduti. Aveva il suo carattere ed era questo a renderla speciale e divertente. Il percorso, che chiamai Eddy Tour, era stabilito. Era lungo quasi un chilometro ed in leggera discesa all'andata. Partiva dal dipartimento di fisica ed arrivava fino alla facoltà di ingegneria. Poi si tornava indietro facendo la stessa strada al contrario. Il problema era scendere, perché dopo circa cinquecento metri dalla partenza, praticamente poco oltre il dipartimento di matematica, c'è una curva a gomito. Chi superava la velocità limite, spesso si trovava con Eddy nel burrone. Le risate che ci facevamo a vedere Eddy buttare giù i compagni dalla sella erano incontenibili. L'unica persona che non cadeva mai da Eddy fu Pantera. Andava spesso su Eddy. Quasi tutti noi le facevamo il gufo, ma con lei non aveva mai funzionato. E questo ci dispiaceva tanto. A me in modo particolare. Era una diavola quella ragazza quando stava su Eddy.».

Rim rideva e sorrideva di continuo mentre mi guardava sempre con dolcezza negli occhi. Poi mi chiese:
«Ma ti facevi pagare a fare i giri. Vero?».
«E come no. Facevo un vero e proprio business con Eddy. Io e l'usciere del dipartimento di fisica avevamo costituito una ditta, in modo fittizio ovviamente, che chiamai Eddy Corporation. Lui si occupava della custodia e la manutenzione di Eddy che, in realtà, non c'era. Io, invece, ero il gestore del servizio. Cioè, tutte le grane con i clienti le dovevo affrontare e risolvere io. La tariffa era a tempo. Cinque minuti era il tempo prestabilito per fare il percorso, andata e ritorno, a velocità Eddy stabilita per via sperimentale e non soggetta a discussioni: venti chilometri l'ora. Due minuti all'andata perché è discesa, tre al ritorno. Il tempo di recupero dopo eventuali cadute era fissato ad un massimo di due minuti. Eravamo di larga manica. C'era anche una specie di codice stradale (Codice Eddy) con diversi articoli che avessi scritto con molta cura. Ma nessuno lo rispettava, nemmeno io. Solo una volta avevamo applicato parzialmente l'articolo sui danni subiti dopo una caduta. Cioè, quando un povero studente cadde e si fece male ad una gamba. Niente di grave, si era sbucciato un po' un ginocchio, poi medicato nell'infermeria del Campus. Aveva chiesto come risarcimento il massimo, cioè, dieci sigarette. Ma noi (io ed il mio socio) gli avevamo riconosciuto solo due. Dopo quel episodio, l'articolo fu definitivamente abolito. Era contro gli interessi di Eddy Corporation.», e lei scoppiò a ridere. Poi continuai:
«Le modalità di pagamento previste erano solo due: una sigaretta Cristal, la marca più popolare in quegli anni, oppure il suo prezzo, stabilito da Maboro, il figliastro dell'usciere, del quale ti parlerò più avanti. A fine ricreazione, gli spiccioli, che erano veramente pochi, li prendeva tutti l'usciere, nonché la metà delle sigarette. Io, invece, prendevo l'altra metà. Non avevamo mai, e poi mai, superato le dieci sigarette a ricreazione ed i trenta centesimi di incassi. Poi, non mancavano mai i furbetti che facevano i giri gratis oppure che dicevano di pagare la prossima volta, poi non pagavano mai. Compresa la tirchia Pantera che, di tanto in tanto, ci scroccava un giro gratis.», e Rim scoppio a ridere e mi chiese:
«Ma era tirchia?».
«Per Bacco! Diceva spesso di non avere spiccioli per non pagare. Poi chiedeva sempre le sigarette ai compagni, raramente ne comprava una.».
«E tu le dai una sigaretta qualche volta?».
«Una sigaretta al Campus non si negava a nessuno. Nemmeno a Pantera.», e lei sorrise. Poi continuai:
«Facevamo anche le gare a cronometro con premi. Ovviamente i premi erano limitati a fare giri gratuiti su Eddy. Non avevamo trovato uno sponsor. Il servizio Eddy Tour era offerto durante la ricreazione della mattina, cioè, dalle 10:00 alle 10:30, e quella del pomeriggio, cioè, dalle 16:00 alle 16:30. Ma raramente offrivamo quest'ultimo. Ora hai visto principessa che affari facevo con Eddy Corporation?», e lei scoppiò a ridere.

Ed appena lei finì di ridere continuai:
«Eddy era così nota al punto che tutti i professori di fisica la citavano negli esercizi. Un giorno, durante una lezione di relatività ristretta, il professore ci fece un piccolo esempio pratico per spiegarci la dilatazione del tempo e così disse:
«Supponiamo che Eddy riesca a raggiungere quasi la velocità della luce.».
Per me fu il momento ideale per una battuta irresistibile:
«Ma la doveva portare Pantera però.».

In quel momento tutto l'anfiteatro scoppiò a ridere. Anche il professore si mise a ridere, lui sapeva chi era Pantera. Infatti, guardò subito nella sua direzione. Peccato che non potevo vedere l'espressione della sua faccia in quel momento. Era seduta lontano da me. Per quella felicissima battuta, Pantera mi fece un rimprovero pubblico ed uno privato. E di nuovo non mi rivolse la parola per più di una settimana. Era molto infantile.», e qui Rim aveva le lacrime agli occhi dal ridere. Poi mi chiese:
«Poi che fine ha fatto Eddy?».
«Prima di parlarti della fine di Eddy, devo prima presentarti Maboro. Come te l'avevo accennato, era il figliastro dell'usciere del dipartimento di fisica, il mio socio di Eddy Corporation. Maboro vendeva le sigarette al dettaglio, penne BIC, ma solo di colore blu e rosso, e quaderni, quelli comuni da cento pagine. Aveva una trentina d'anni, ma dimostrava molto di più. Era strabico e soffriva parzialmente della sindrome di down. Si metteva tra due pilastri sotto il corridoio sopraelevato che portava dal dipartimento centrale alla mensa. Così stava sempre al coperto. Si vestiva sempre uguale, sia d'inverno che d'estate, e portava sandali ai piedi. D'inverno aggiungeva calze nere di lana e una coperta marrone sulle spalle. Si sedeva su una vecchia sedia pieghevole da regista dietro alla sua bancarella sulla quale c'erano tre piccoli cartoni: il primo conteneva le sigarette che erano il suo master business, il secondo le penne ed il terzo i quaderni. Tutto il capitale di Maboro Market, così lo chiamai, non superava i venti dinar.».
Rim sembrava dispiaciuta ed esclamò:
«Oh! Povero Maboro!»:
«Diciamo che arrangiava abbastanza bene per i prezzi che ci facesse. Una volta mi disse che guadagnasse più di un suo cugino, operaio in una fabbrica. Poi la cosa simpatica di Maboro era quando qualcuno gli chiedeva dove lavorava, lui rispondeva alla facoltà di scienze al Campus.», e lei scoppiò a ridere forte questa volta, poi mi chiese:
«Perché lo chiamavate Maboro?».
«Quel nome glielo diedi io. Non era in grado di pronunciare bene la parola Marlboro, la nota marca di sigarette. Diceva Maboro.», e lei di nuovo a ridere. Poi continuai:
«Maboro mi voleva molto bene. Quando doveva assentarsi per qualche momento, mi affidava la gestione della sua attività. Non si fidava di nessuno. Anche quando gli serviva qualcosa, oppure voleva avere delle informazioni, chiedeva sempre a me. In tutto il Campus, eravamo solo in due a farci servire da soli, io e la diavola Pantera. Anche Maboro era molto innamorato di lei. E lei lo sapeva. Un giorno, un amico mi riferì che lui le chiese innocentemente: "Perché ti chiamano Pantera"?, e lei gli rispose arrabbiata: "Chiedilo al tuo amico Brown". Ma lui non me lo aveva mai chiesto.», e lei di nuovo a ridere.
Poi continuai:
«Maboro aveva anche un'altra caratteristica. Essendo strabico, era difficile capire in quale direzione guardasse. Quindi, non si capiva mai cosa stesse guardando di preciso e come guardargli negli occhi. Avevo sempre pensato che il suo sguardo non obbedisse alle leggi dell'ottica.».
E Rim, ancora una volta, si mise a ridere. In quel momento le dissi:
«
Ora la storia sta per finire. Dopo l'università, avevo lasciato Eddy all'usciere perché avevo già Gazzella. Poi come ho finito il servizio militare, sono andato un giorno al Campus per riprenderla e tenerla come ricordo. Sono andato in autobus. Il dipartimento di fisica è l'edificio più lontano. Lì, praticamente, finisce il Campus. Quindi, per forza dovevo passare davanti a Maboro Market, e così, ho rivisto Maboro. Sembrava che il tempo non fosse mai passato per lui. Era seduto lì allo stesso posto, sulla stessa vecchia sedia pieghevole da regista, e vestito allo stesso modo. Aveva solo qualche capello bianco in più. Mi sono avvicinato a lui e l'ho salutato:
«Ciao Maboro!».
E lui mi ha guardato prima tutto stupito, poi si è alzato, e quando mi ha riconosciuto mi ha salutato:
«Eh! Chi si vede! Brown! Ciao! Come stai amico mio?».
E ci siamo abbracciati. Si era commosso a rivedermi. Poi gli ho chiesto:
«Come stai? Come vanno gli affari?».
«Bene. Tutto bene. Vedi come ho attrezzato Eddy?».
Le aveva messo le luci, verniciata ed addobbata. Aveva anche sistemato un contenitore sul portapacchi per trasportare le sue mercanzie. Di fronte a quei fatti, non la potevo più riprendere, assolutamente, anche se fosse stata in oro. Poi, per me, addobbata in quel modo, non era più Eddy che conoscessi. Anche se, sotto sotto, c'era sempre lei. Però ero molto contento che Eddy continuasse ad esistere e servire. E così gli dissi:
«Ottimo lavoro. Hai fatto benissimo Maboro. Bravo. Veramente bravo.».
Era molto soddisfatto dei complimenti. Mi ha fatto un sorriso, ma io non riuscivo a capire in quale direzione stesse guardando. Poi mi ha chiesto:
«Che fai da queste parti?».
«Ecco, sono venuto a ritirare un certificato in segreteria.».
Poi l'ho salutato e mi sono avviato nella direzione del dipartimento centrale. Lì, ho fatto un breve giro al primo piano, poi sono uscito. Per tornare alla fermata dell'autobus, sono passato di nuovo davanti a Maboro. E lì, mi sono fermato e gli ho chiesto:
«Maboro, dammi una sigaretta.».
Avevo un pacchetto in tasca, ma era un modo per farlo sdebitare. E così lui mi rispose:
«Prendi, prendi Brown.».
Allora io ho allungato la mano ad un pacchetto di sigarette Cristal aperto. Ma lui fece prima di me, offrendomi una sigaretta Marlboro. Ed io subito gli dissi:
«Oh, grazie Maboro. Gentilissimo, come sempre.».
E lui con approvazione rispose:
«Tu mi hai regalato Eddy, ed io non ti posso offrire una sigaretta Maboro?».

In quel momento diedi un'ultima occhiata ad Eddy e passai velocemente la mano sulla sella come per salutarla mentre lui sorrideva. Poi gli dissi:
«Mi raccomando Maboro, trattala bene.».
E lui rispose indicando Eddy con le mani:
«Più di così?».
Poi ci salutammo abbracciandoci e m'incamminai verso la fermata dell'autobus per tornare a casa. Qualche passo dopo, lo sentì gridare:
«Brown! Fatti vedere di tanto in tanto.».
Mi girai e gli risposi:
«Non mancherò. Ciao!», e lo salutai con un segno di mano.
Da quel giorno, non sono più tornato al Campus e quindi non ho più rivisto né Eddy, né il simpaticone Maboro.».

In quel momento vidi Rim dispiaciuta, quasi commossa, poi mi disse:
«Bellissima questa storia di Eddy, ma anche di Maboro. È molto commovente alla fine. Stavo per piangere.».
E così io conclusi:
«Eddy aveva lasciato il suo segno in tutti noi. In me, in modo particolare. Le risate, i commenti e le battute che si sprecavano durante i giri degli studenti, assistenti ed anche qualche professore. Poi c'era una marea di spettatori e commentatori dove ognuna diceva la sua. Ogni volta che incontro uno dei miei ex compagni d'università, mi fa sempre ricordare uno degli episodi di Eddy che continua ancora a farci ridere e sorridere.».

Pensavo di aver finito, ma lei mi fece ancora un'altra domanda:
«Ma te lo ricordi Maboro di tanto in tanto?».
«
Sì, ed ogni volta che me lo ricordo, mi viene in mente quel giorno in cui stavo vicino a lui quando Pantera venne a comprare una sigaretta. Poi, appena lei si allontanò, io gli chiesi:
«Maboro, andresti a letto con Pantera?».
E lui ripose convinto:
«E come no?».
Allora io lo stuzzicai di nuovo chiedendogli:
«E quante volte faresti l'amore con lei?».
E lui rispose al volo:
«Finché non si spenga.».
».

Rim era molto attenta ad ascoltare questo ultimo episodio, ma non capì all'istante quello che intendeva dire Maboro con la sua ultima battuta. Ma appena lo capì, scoppiò a ridere con la testa all'indietro e le mani nei cappelli, senza riuscire più a fermarsi. Non sapevo cosa fare in quel momento, poi mi ero subito detto: «Ma che cretino che sono stato! Ma non potevo evitare di raccontare quest'ultimo episodio?».

Mentre Rim continuava a ridere senza fermarsi rimanendo in quella posizione, chinata all'indietro sulla sedia, io guardavo il suo petto, con quei due bei melograni che si muovevano come lei rideva. Erano una vera istigazione alla trasgressione. Poi all'improvviso, si fermò di ridere e mi disse:
«Ma che tipaccio questo Maboro! E tu, al posto suo, cosa avresti risposto?».
Mi aveva colto impreparato quella volta. Senza pensare minimamente alle conseguenze, risposi quasi convinto pure io:
«Esattamente come aveva risposto lui.».
A quel punto lei mi guardò con gli occhi sgranati e mi disse:
«Brown! Anche tu, finché non si spenga?».
In quel momento, mi resi conto della mia ennesima scemenza, ma ormai era troppo tardi. Così, cercai di normalizzare rapidamente tutto dicendo:
«Aspetta, aspetta. Non è proprio così come tu abbia capito. Ora ti spiego.».
Ma ormai era troppo tardi. Lei aveva ripreso a ridere e non mi ascoltava più. A quel punto volevo mettere fine all'incontro. Mi alzai di scatto e guardai l'orologio e dissi:
«Oddio, è tardi, devo andarmene subito. Mounir mi sta aspettando da più di mezzora per cenare. Gli avevo promesso di non fare più ritardo. Va bene, troverò una scusa mentre torno.».
In quel momento Rim si fermò di ridere e dopo aversi asciugato le lacrime mi disse:
«Aspetta che ti devo dire qualcosa.».
Me si avvicinò fino a toccarmi. Poi si alzò sulle punte dei piedi e mi diede un lungo bacio con una leggera pressione sulle labbra, poi mi disse con la sua dolcissima voce:
«Ti amo. Ora scappa da tuo cugino.».
Non dissi nulla, ma mi sentii stordito da quel bacio dato a tradimento.

Uscii velocemente dalla sala e percorsi il corridoio fino alla porta. Poi, scendendo gli scalini che erano poco illuminati per chi uscisse da una zona di luce, mi ero inciampato in un vaso di fiori. Stavo quasi per cadere. Nour stava lì per caso e vide tutta la scena. E così mi chiese preoccupata:
«Ti sei fatto male?».
«No, niente, solo un po' di spavento.».
«Ho chiesto diverse volte a mia madre di sistemare bene quei vasi, ma lei non mi ha dato ascolto. Sono molto pesanti, io non li posso muovere da sola.».

Due giorni più tardi, prima dell'inizio della lezione Rim mi disse:
«Nour mi ha detto che l'altro ieri sera, stavi quasi per cadere per colpa di uno di quei vasi sugli scalini. Sono pericolosi, soprattutto di notte. Ora li abbiamo sistemati bene.».
La mia risposta ebbe un tono quasi serio quando le risposi guardandola negli occhi:
«Non era colpa né dei vasi né degli scalini, ma di quella scossa sulle labbra che tu mi avevi dato a tradimento prima di uscire. Mi aveva fatto perdere l'equilibrio. Anzi, tutti gli equilibri. Per me fu un colpo di cecchino.».
Qui lei scoppiò in una interminabile ristata. Per fermarla le dissi:
«Dai Principessa, per favore, dobbiamo iniziare subito la lezione, parleremo dopo. Siamo terribilmente in ritardo con il programma.».

Pantera | Gennaio 1980