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La Svolta | Perché ti chiamano Brown?

§9. Dicembre 1979

All'inizio della prima settimana di dicembre, appena arrivai la mattina in ufficio, venne il direttore da me, e con una faccia sorridente mi chiese di raggiungerlo appena possibile nel suo ufficio. Senza chiedergli il motivo, mi alzai e lo seguii. In quel momento, sentii i miei colleghi salire le scale.

Appena ci sedemmo, il direttore mi diede due lettere. Le buste erano già aperte. Una proveniente dal Ministero dell'Energia, l'altra da una nota azienda americana che produceva materiale informatico. Notai che erano intestate a lui, perciò, per rispetto gli chiesi:
«Le posso leggere?».
«Certo. Te le ho date per leggerle. Sono arrivate sabato, ma le ho lette solo stamattina.».

La prima lettera, scritta in francese, diceva che il Ministero dell'Energia aveva accolto, con esito positivo, la domanda del direttore del Centro Geofisico riguardante la dotazione di un computer per l'elaborazione dei dati geofisici. Poi aggiungeva che la fornitura del materiale informatico è stata affidata alla nota azienda americana.

La seconda, invece, proveniente dagli Stati Uniti, diceva che tutto il materiale informatico richiesto era pronto per la spedizione e che sarebbe arrivato al Centro Geofisico verso la metà del mese di dicembre. Ma loro avevano ritenuto opportuno inviare manuali, libri e documentazione in anticipo per permettere agli interessati di consultarli prima di ricevere il materiale informatico.

Appena finii di leggere le due lettere gli risposi con molto entusiasmo:
«Fantastico direttore! Ma questa è una rivoluzione.».
«Sì, hai detto bene. È una rivoluzione.».
Poi aggiunse, mentre mi indicava con la mano un cartone semi aperto poggiato sul pavimento a fianco della sua scrivania:
«Ho dovuto lottare per avere quel computer. Quei burocrati del Ministero sono una massa di ignoranti. Non si rendono minimamente conto degli enormi benefici utilizzando queste nuove tecnologie. Dicevano di non avere i fondi, ma non era vero. I fondi ci sono, ma loro non li sanno spendere. Questo è tutto. Per fortuna, grazie ad un alto dirigente del Ministero, un tipo illuminato, che dopo avergli spiegato i fatti, mi aveva dato ragione. Così, solo due giorni dopo avevano fatto l'ordine d'acquisto.».

Mi complimentai con il direttore e gli promisi di fare del mio meglio per impossessarmi, al più presto, di tutte le conoscenze e competenze necessarie per la creazione del nostro CED (Centro Elaborazione Dati). Il direttore era contentissimo perché si rendeva conto che stavamo salendo di quota, e così mi disse:
«Non ho il minimo dubbio. Per il momento, dovresti portare quel cartone nel tuo ufficio, leggere tutto quello che sta dentro, poi mi farai un riassunto delle cose più importanti che ci potrebbero servire. Questa dovrebbe essere la tua mansione per tutta la settimana. Non fare altro, visto che a fine settimana prossima, o al limite quella di dopo, avremo il nostro computer.».

Dopo solo cinque minuti, libri, manuali e documenti erano già sulla mia scrivania. Iniziai subito a sfogliare tutto e preparare un piano di studio. A fine giornata di lavoro, avevo già stabilito la scaletta dei libri da leggere e gli argomenti da approfondire aiutandomi dei suggerimenti menzionati nella documentazione.

Con Rim, invece, le cose stavano andando a gonfie vele. A scuola sembrava un vulcano in eruzione, ma tenera e con dolce magma con me. Non perdeva occasione per farmi capire che mi amasse, ed io in cambio la trattavo come una principessa. Sopportavo tutto di lei con sorriso ed ammirazione. Era quasi sempre contenta e sorridente. I risultati a scuola stavano migliorando sensibilmente giorno dopo giorno. Mi piaceva molto il fatto che lei, finalmente, aveva iniziato ad apprezzare le discipline scientifiche e, soprattutto, a convincersi di quanto fossero facili e logiche da capire. Aveva praticamente distrutto un tabù.

Per lei, ormai, gli esercizi di matematica e di fisica sono simili ai giochi logici. Quindi, li faceva pensando di giocare, ed in un certo senso, si divertiva pure.

Quando mi disse questo fatto, mi lasciò di sasso. La guardai con meraviglia e stupore, poi le dissi:
«Principessa! Ce l'abbiamo fatta. Ormai è solo questione di tempo. Vedrai.».
E lei, ancora più stupita di me, mi disse:
«Cosa? Non capisco.».
«Che prenderai il diploma e sarai la prima.».
E lei ancora più stupita di prima:
«E come fai a saperlo?».
«Prima di tutto, hai distrutto il tabù di pensare che la matematica e la fisica fossero incomprensibili per te. Poi le hai trovate facili e molto logiche. Ora invece ti diverti a fare gli esercizi. E di conseguenza, a giugno, al grande gioco finale, ossia all'esame di maturità, sarai promossa con il massimo dei voti. È logico.», e lei quasi incredula mi chiese:
«Ma stai parlando sul serio?».
«Certo che sto parlando sul serio. Sarai promossa e sarai la prima. Io già vedo la scena finale.».

In quel momento Rim andò di corsa nel corridoio per capire dove stavano le cameriere, poi tornò da me e si mise a guardarmi intensamente negli occhi. Non capivo che cosa le fosse successo. Allora le chiesi:
«Perché mi guardi così principessa?».
«Voglio che tu mi abbracci.». Ed io non persi l'occasione.

Sentire la pressione dei suoi seni contro il mio petto, mentre accarezzavo i suoi capelli, le sue spalle e la sua schiena, fu un immenso piacere per me, ma anche per lei. Peccato però. Solo pochi minuti dopo sentimmo i passi di Nour nel corridoio che venisse verso di noi. Facemmo finta di aver appena concluso la lezione e così iniziammo la nostra discussione a tre.

Durante quei giorni, Rim aveva sempre una serie di domande da farmi, ma erano limitate a pochi argomenti. Quelle più frequenti riguardavano me e la mia vita privata, poi l'amore ed il sesso. Ma a volte anche quelle di tipo esistenziali che le facessero tanta paura.

Io le avevo sempre promesso e ricordato che lei mi potesse fare tutte le domande che le passassero per la mente, senza limiti e senza tabù. Poi, io l'avrei risposta con estrema sincerità ed onestà. Le feci pure capire che per me non c'erano domande stupide, ma solo risposte stupide. Lei apprezzò molto il mio modo di relazionarmi con lei fuori dall'ambito scolastico.

Dalle sue domande, riuscii a capire sempre cose nuove su di lei e sulla sua famiglia, sulla sua infanzia ed adolescenza che, secondo me, a tratti, perduravano ancora. Mi fece capire come era tenuta sempre segregata, controllata, esattamente come si faceva una volta con le principesse delle favole. A scuola aveva frequentato solo bambine e ragazze, mai bambini e ragazzi. Tutti i maschi che lei conoscesse erano dei familiari. Alle medie ed al liceo, i genitori le avevano scelto scuole solo per ragazze. Perciò, il mondo maschile per lei era completamente sconosciuto. Poi, quando usciva era sempre accompagnata e controllata. Mi diceva che sul sesso lei avesse capito poche cose dai libri, dai film, ma qualcosa anche da Nour che era molto più libera ed informata di lei perché era figlia del popolo.

Rim non era in grado nemmeno di pronunciare una parolaccia. Stava scoprendo il mondo tramite me e voleva sperimentare cose nuove con me, perché mi amava e si fidava completamente di me. Lei sapeva benissimo che anch'io l'amassi. Aveva anche imparato da me che un uomo che ama non mente, non tradisce e si sacrifica per rendere felice la sua amata. Così, con me, lei si sentiva sempre amata, coccolata ed al sicuro.

Una cosa bella fu quella di tenerci per mano durante le nostre discussioni. Poi ogni tanto, le accarezzavo le mani, il volto, i capelli e le davo di tanto in tanto un bacio sulle mani. In quei momenti la vedevo e la trattavo come un essere sacro. Mi sentivo al servizio della bellezza e provavo piacere a farlo. Notavo che lei apprezzasse molto il mio atteggiamento. Finita la nostra libera discussione, Rim chiamava Nour per raggiungerci e discutere insieme di cose varie. Bisognava tenerla amica la simpatica ed amabile montanara, la sua amicizia fu strategica per il nostro rapporto.

C'era una cosa però che non piaceva per niente di lei. Il suo cambiamento d'umore per la minima cosa. A volte anche per cose insignificanti alle quali, personalmente, non destavo la minima importanza. Bastava una semplice battuta spontanea, detta in un preciso contesto, o uno sguardo interpretato male, per farle cambiare umore. Poi, essendo consapevole che io non avrei mai reagito contro di lei, allora cominciava ad accusarmi, ingiustamente, di cose mai dette e nemmeno pensate. Poi, quando rimanevo zitto, pretendeva da me sempre delle risposte che poi interpretava a modo suo. Fu molto difficile gestirla in quei particolari momenti.

Rim aveva l'abitudine di farmi delle domande così come le venissero in mente, spesso fuori contesto e, come sempre, voleva da me una risposta immediata. Il mio problema era sempre quello di trovare subito una risposta che le piacesse, ma allo stesso momento doveva essere sincera. Non riuscivo sempre a coniugare tutte e due le cose. Un giorno, mentre stava svolgendo un esercizio di matematica, si fermò, mi guardò negli occhi e mi chiese:
«Ma ti piace il mio nome?».
Mi aspettavo una domanda sull'esercizio, ma conoscendola non feci nessun commento e risposi:
«Sì, mi piace. È molto bello.».
«A me invece non piace. Fu scelto da mio padre.».
«Mi sembra un bel nome. È breve, suona bene ed è anche il simbolo dell'amore, della bellezza e dell'eleganza. Esattamente come te.», e le feci un sorriso.
In quel momento, Rim sorrise, posò la penna sul tavolo e mi chiese:
«Me lo spieghi meglio?».
«Per favore principessa, te lo spiegherò dopo, a fine lezione. Ora finisci l'esercizio.».
«No, ti prego, spiegamelo ora.», e mi fece uno dei suoi micidiali sguardi.
«Va bene. Come ben sai, rim è la splendida gazzella del deserto che nelle poesie e canzoni d'amore indica una bella ragazza della quale il poeta o il cantante è innamorato, ma che non vuole svelare il nome. Si racconta che quando una rim si trova all'improvviso davanti ad un cacciatore, comincia a guardarlo negli occhi e così lo ipnotizza con la sua bellezza fino a fargli cadere il fucile dalle mani, poi scappa.».
«Oddio! Che bello! Ma è vero?».
«Credo che sia solo una leggenda per descrivere quanto sono belle le rim.».
E sorridendo come una bambina, mi disse:
«Ora mi piace il mio nome. Ma il mio sguardo è bello come quello delle rim?».
«Sì, è bello e magnetico allo stesso momento. Poi i tuoi stupendi occhi verdi mi hanno sempre ipnotizzato e disarmato. Perciò, appena tu mi guardi negli occhi, io alzo subito le mani in segno di resa totale.», e Rim scoppiò a ridere senza riuscire più a fermarsi.

Ero disperato perché in quel momento sentivo dei passi nel corridoio. Per fortuna era Nour che volesse sapere perché Rim rideva così forte. Rim le disse che le avrebbe raccontato la storia più tardi e così Nour tornò a fare i servizi. Ma Rim non la finì lì e mi chiese:
«Ma perché non mi scrivi una poesia d'amore?».
«Per favore principessa, io sono un povero geofisico che conosce due formule di matematica ed una di fisica. Che io sappia, poeta si nasce. Ti supplico, ora finisci di fare l'esercizio, siamo terribilmente in ritardo.».
E questa era Rim. Sempre imprevedibile e prepotente con me, ma io la adoravo lo stesso.

Mi ricordo di un altro episodio molto particolare con lei. Un giorno, era vestita con una camicetta bianca, quasi trasparente, attraverso la quale si intravedeva il suo reggiseno. Lei aveva un bel seno che io avessi sempre evitato di guardare per il mio innato senso del pudore. Sulla sua camicetta, nella parte destra del petto, aveva applicato uno spillo con un piccolissimo modellino di un aereo di linea di color rosso. Era molto simpatico e le stava proprio bene. Allora io lo guardavo di tanto in tanto. Ad un certo punto, lei mi guardò stranamente e mi disse:
«Vedo che sei molto interessato al mio aereo.».
Ed io, scherzosamente e senza pensare minimamente, risposi:
«A dire il vero, sono più interessato all'aeroporto.».

Pensavo che fosse finita lì con una risata. Lei, invece, continuò a guardare per un attimo. Sembrava di non aver capito il senso della mia battuta all'istante. Ma subito dopo, divenne tutta rossa e mi fissò di nuovo. Capii che stesse per arrivare una piccola bufera per me e perciò, feci un profondo respiro e cercai di rimanere calmo. Lei continuò a dire, ma con un tono molto più serio di prima:
«Ma sei un», e si fermò.
Allora io aggiunsi:
«Un mascalzone. È questo che mi volevi dire?».
«No, non è questo.».
«Allora? Che volevi aggiungere?».
«Non lo so.».
E continuò a guardarmi con un'aria quasi arrabbiata come se volesse da me delle spiegazioni. A quel punto le risposi con un tono molto desolato:
«Guarda principessa, credimi, era solo una battuta, forse infelice, ma sicuramente innocua. Non intendevo nulla e non volevo nulla. L'ho detta spontaneamente pensando che ti avrebbe solo fatto ridere. Ti prego di considerarla solamente tale.».

In quel momento lei si calmò, ma continuò a guardarmi, allora io aggiunsi con un tono dispiaciuto:
«A volte mi trovo seriamente in difficoltà a comunicare con te. Come in questo momento. Io sono un tipo spontaneo e con la battuta quasi sempre pronta, soprattutto con chi ho una minima confidenza. Sono fatto così. Ma non sono un mascalzone. Quindi, se ti sei sentita offesa allora ti chiedo scusa. Cercherò di evitare battute del genere in futuro. Ora chiudiamo la parentesi e torniamo alla nostra lezione.».
E continuai a guardarla come se aspettassi un verdetto finale. In quel momento lei mi sorrise e mi disse:
«Va bene. Questa volta ti ho perdonato.».

Rimasi incredulo dal suo atteggiamento perché pensavo di aver fatto solo una battuta per farla ridere, ma alla fine finii per essere rimproverato e chiederle pure scusa. Avevo cercato di continuare la lezione normalmente, ma lei notò il mio disaggio e mi disse con dolcezza:
«Perdonami, sono stata molto dura con te. Non intendevo offenderti, credimi.».
Allora approfittai per risponderle come si doveva:
«Non è stata colpa tua, ma era tutta colpa mia. Sono andato oltre il consentito. Io dovevo fare la mia lezione senza dire una parola in più che non sia di matematica, fisica o chimica. Come ho sempre fatto con tutti i miei studenti e così non ho mai dovuto chiedere scusa. Va bene. D'ora in poi farò così anche con te.».
A sentirmi dire seriamente queste parole, lei si agitò e mi disse quasi disperata:
«No, ti prego. Dobbiamo continuare a fare come abbiamo fatto finora. Mi trovo proprio bene con te. Ti prego.», e stava quasi per piangere.
Capii che mi convenisse accontentarla perché conoscendola, in quel momento era una bambina. Allora le dissi:
«Va bene, va bene.». E continuammo la lezione.

Comunque era rimasta un po' di tensione tra noi dopo quel breve episodio. Alle otto e dieci mi alzai per andarmene. Ma lei sembrava stupita e mi disse:
«Guarda è ancora presto. Ora arriva Nour per parlare con noi.».
«Mi dispiace, devo tornare a casa. La nostra lezione è finita dieci minuti fa.».

Prima non disse niente, poi appena arrivai vicino alla porta della sala per uscire, lei mi sbarrò la strada, mi guardò teneramente negli occhi e mi tese le mani come invito ad abbracciarla. Avevo ceduto rimanendo in silenzio, poi tornai a sedermi come mi aveva chiesto. Quella volta non provai nessun sentimento abbracciandola.

Un altro giorno, dopo aver finito la lezione e mentre discutevamo tutti i tre insieme, sentimmo bussare alla porta esterna. Così, Nour uscì dalla sala e subito dopo la vidi tornare accompagnata con un ragazzo che le assomigliasse tantissimo. Ed in effetti, era il fratello. Faceva il militare di carriera ed era in divisa. Aveva il grado di caporale. Salutò prima Rim, loro si conoscevano da una vita, poi me. In quel momento, per farmi simpatico, mi alzai e gli feci una saluto militare:
«Caporale!», e lui mi rispose con lo stesso saluto, poi mi chiese:
«Hai fatto il militare?».
«Sì, due anni fa.».
«Ma tu non l'hai fatto come soldato però?».
«Ufficiale di riserva, genio militare, congedato con il grado di tenente.».
«Allora, sono io a salutare te. Tenente!», e mi risalutò sorridendo.
«Riposo caporale!», e ci mettemmo a ridere.
In quel momento vidi la faccia di Nour e Rim guardarmi con tanto stupore. Poi Rim mi disse:
«Ma tu non me l'hai mai detto?».
«Cosa non ti ho mai detto?».
«Che sei stato ufficiale dell'esercito.».
«E perché te lo dovevo dire? Ti serviva per caso un ex ufficiale del genio militare?», e Nour ed il fratello si misero a ridere.
Ma lei continuò a guardarmi stranamente, come se fosse arrabbiata con me, allora io le dissi:
«Va bene. Ora che tu lo sai, è cambiata qualcosa per te?».
«Non lo so.», e si mise a ridere pure lei. Allora io aggiunsi:
«Comunque, se ti serve per caso qualche rilevamento topografico, sappi che sono sempre a tua disposizione.», e lei disse tutta stupita:
«E cos'è un rilevamento topografico?».
«Rim, per favore, lascia perdere allora. Se non sai che cos'è, allora io ti servo, almeno per ora.», ed il caporale stava morendo dalle risate. Pochi minuti più tardi, mi alzai per andarmene.

Dopo aver salutato calorosamente il caporale e Nour, Rim mi accompagnò alla porta. Ma prima di aprirla, mi guardò negli occhi e mi disse con quella sua aria da bambina, come se volesse offendermi:
«Tu sei il tenente più antipatico che io abbia conosciuto.».
Ed io le chiesi stupito:
«Scusami principessa, ma quanti tenenti hai conosciuto finora?».
«Nessuno.», e scoppiò a ridere.
Era irresistibile come sempre in circostanze simili. La volevo stringere e baciare, ma non potevo. Era troppo rischioso. Ci limitammo a salutarci a modo nostro, poi andai direttamente a casa di Mounir per passare la serata insieme.

La metà di dicembre fu piena di eventi positivi. La mamma di Rim andò a parlare con i professori per sapere dei risultati del primo quadrimestre che si era appena concluso. Tutti i professori parlarono, per la prima volta, bene di lei. Soprattutto a livello caratteriale. I professori di matematica e di fisica sottolinearono il suo cambiamento radicale con una tendenza sempre positiva. Secondo il loro parere, continuando in quel modo, alla fine del secondo quadrimestre, poteva recuperare tutto e, come minimo, raggiungere la piena sufficienza.

Durante quei giorni, io e Rim stavamo andando in rotta di fusione. Io cominciavo a sentirmi parte di lei e lei parte di me. Questa situazione mi appariva paradossale perché se da una parte mi piaceva, dall'altra mi faceva preoccupare perché spesso mi sentivo in serie difficoltà a gestirla quando ci trovavamo da soli. Lei non mi aiutava affatto, anzi, mi provocava di continuo e sembrava divertirsi sempre di più mettendomi in apprensione. Ma io allo stesso momento trovavo il suo atteggiamento naturale, inevitabile e piacevole, cercando sempre di non andare oltre la linea rossa che mi ero prefissato.

Verso la fine della terza settimana di dicembre, dopo la nostra ultima lezione dell'anno, ci incontrammo, io, Rim e la mamma al solito posto per il resoconto del primo quadrimestre. Portai con me le schede, gli appunti, i risultati attesi e quelli raggiunti. Tutto era in ordine. Stavamo andando proprio bene e la tendenza era in positivo. Rim stava crescendo e maturando, soprattutto a livello caratteriale. Eravamo tutti contenti, in modo particolare la mamma. Era molto soddisfatta ed orgogliosa della figlia.

A fine incontro, la signora mi ringraziò infinitamente e mi pagò con un importo maggiorato del cinquanta per cento rispetto a quello concordato. Mi ero reso conto di questo fatto solo quando tornai a casa e lessi la cifra sull'assegno. La mamma poi mi informò che, l'indomani pomeriggio, tutta la famiglia sarebbe volata per Parigi per passarci le vacanze e le feste di fine anno, come avevano fatto negli anni precedenti. Così ci salutammo dandoci gli auguri anticipatamente. Io e Rim invece, guardando il calendario, fissammo il nostro primo appuntamento il primo venerdì di gennaio. Praticamente tra due settimane esatte da quel giorno. Cioè, dovevo rimanere senza vederla e senza nemmeno la possibilità di comunicare con lei per quattordici giorni. Chissà come mi sarei sentito? Mi chiesi.

Due giorni dopo la partenza di Rim, al Centro Geofisico era finalmente arrivato il nostro computer. Bellissimo e completo di tutto ciò che ci potesse servire. L'avevano sistemato nel mio ufficio e solo io lo potevo usare. Per me, si era aperto veramente un nuovo mondo. Ero molto emozionato quando lo vidi per la prima volta nel mio ufficio. Quel giorno ero l'ultimo a lasciare il Centro ed il giorno dopo ero il primo ad arrivare. I primi due giorno non mi staccai dal mio computer nemmeno durante la pausa caffè. Poi a casa, passavo le serate a leggere i due manuali di programmazione. Non vedevo l'ora di iniziare a scrivere le mie prime applicazioni.

Quei giorni di fine anno passarono molto velocemente. Il fatto che Rim stesse lontana, mi tornò positivo. In effetti, con la mente libera ed avendo più tempo a disposizione, imparai velocemente ad utilizzare il nuovo computer, ma soprattutto ad iniziare con i primi passi a capire la logica del suo funzionamento. Fui completamente folgorato dall'arte magica della programmazione. Scoprii, finalmente, la disciplina più congeniale per me. Il computer era programmabile nel suo proprio linguaggio BASIC, aveva una tastiera ed uno schermo monocromatico. Dati e programmi erano memorizzati su dischetti magnetici. Non era niente rispetto ai computer di oggi, ma per noi in quella epoca ed in quel contesto fu una grande rivoluzione per il nostro lavoro.

L'ultimo giorno dell'anno, il direttore arrivò tardi in ufficio, chiesi all'usciere di avvisarmi appena lo vide entrare nel suo ufficio. Verso gli undici, seppi del suo arrivo. Mentre andavo da lui, lui veniva da me. Ci eravamo accomodati poi nel suo ufficio. Gli diedi una cartella contenente tutto quello che mi avesse chiesto. Cioè, un riassunto dei contenuti dei libri e della documentazione che ritenni utili. Poi, gli consegnai diversi appunti illustrando i risultati di alcuni elaborazioni statistiche che avevo fatto a mano, utilizzando i nostri dati d'archivio, confrontandoli con quelli forniti dai calcoli eseguiti al computer. Così, misi in evidenza il fatto che la differenza tra i due risultati era minima, perciò, i nostri calcoli, per le nostre finalità tecniche, erano da considerare corretti.

Feci pure sapere al direttore di aver già imparato i rudimenti della programmazione, senza riscontrare particolari difficoltà leggendo solo i manuali. Perciò, ero già in grado di sviluppare da solo il software che ci potrebbe servire per automatizzare alcune procedure di calcolo. Di conseguenza, gli chiesi di dire ai colleghi di non fare più i calcoli manualmente per trovare alcuni parametri necessari per rappresentare graficamente i profili geofisici perché, da quel momento in poi, li potevamo ricavare automaticamente a partire dai dati.

Non avevo mai visto il direttore, prima di quel momento, così contento e soddisfatto del mio lavoro. In effetti i miei colleghi perdevano molto tempo a fare quei calcoli manualmente con un alto rischio di commettere degli errori. Così, lui si alzò e venne verso di me, mi abbracciò e mi disse:
«Bravo, bravo, bravo.».
«Ma io ho fatto solo il mio lavoro, direttore.».
«Veramente hai fatto di più del tuo lavoro, e perciò ti sarò riconoscente. Comunque, puoi non tornare in ufficio oggi pomeriggio. È capodanno!».
«Grazie direttore. Ma prima di salutarci, ho un piccolo regalo per lei, lo vado a prendere.».
Andai nel mio ufficio e tornai con due scatole di datteri, di due chili ciascuna, appositamente preparati per lui.
«Ecco direttore, così assaggerà i datteri delle nostre palme.».
Il direttore era contentissimo del mio regalo e mi ringraziò a più riprese. Ci salutammo dandoci gli auguri di buon anno. Era quasi mezzogiorno, e così lasciai il Centro.

Quella sera di capo d'anno, io e Mounir, organizzammo una bella cena simile a quella dell'anno precedente a casa sua. Ci eravamo promessi di non parlare né di Lega Araba, né di Centro Geofisico e nemmeno di Rim. Avevamo mantenuto la parola. Comunque, io l'avevo pensata più di una volta, ma non avevo mai osato pronunciare il nome di quel concentrato di bellezza, sensualità ed infinita dolcezza. Fu una bellissima serata. Ci eravamo pure ubriacati. La puttana ubriacatura, così la chiamava Mounir, cioè quella che facevamo solo una o due volte l'anno.

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