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Settembre 1979 | Il mio nuovo lavoro

§2. Il colloquio al centro geofisico

Alle nove precise, mi presentai al Centro Geofisico con la lettera e la mia carta d'identità in mano. L'edificio era un palazzo signorile ottocentesco di quattro piani, con un giardino davanti molto curato, in un viale alberato del centro di Tunisi. Non me ne ero mai accorto della sua presenza prima di quel momento. Quel viale l'avrei attraversato chissà quante volte a piedi prima di allora. Appena misi piede nel grande hall, vidi un usciere dirigersi verso di me. Lo salutai, gli spiegai il motivo della mia presenza e gli diedi la lettera insieme alla mia carta d'identità. Mi chiese subito di seguirlo al terzo piano all'ufficio del direttore che mi stesse già aspettando. Lì, l'usciere mi chiese di aspettare, poi bussò alla porta ed entrò da solo. Dopo un attimo uscì e mi chiese di accomodarmi.

L'ufficio del direttore era piccolo, ma molto ordinato, pieno di fotografie e piccoli quadri. Era poco luminoso, anche con la luce accesa, aveva una sola finestra di modeste dimensioni. Dietro la scrivania c'erano due armadi pieni di libri ed oggetti. Alcuni libri erano messi in ordine, altri invece erano accatastati alla rinfusa. Questi ultimi, molto probabilmente, erano quelli che il direttore consultava di frequente. Non si sentiva l'odore di fumo di sigarette in quel ufficio, tipico di tutti gli uffici in Tunisia, forse perché il direttore non fumava, oppure non fumava all'interno del suo ufficio. Così dedussi.

Il direttore era sulla cinquantina, capelli brizzolati, basso e un pochino sovrappeso. Aveva i baffi e portava spessi occhiali da vista. Rispose al mio saluto con una voce molto bassa, poi mi fece un cenno con la mano di sedermi su una delle sedie di fronte alla sua scrivania. Mi diede l'impressione di una persona molto religiosa. Notai che davanti a lui, sulla sua scrivania, aveva una scheda con il mio nome e la lettera che avessi inviato. Questo voleva dire che eravamo più concorrenti a partecipare alla selezione e ci presentassimo uno alla volta per il colloquio.

Il direttore iniziò a parlare molto piano e a bassa voce, mentre teneva la mia carta d'identità tra l'indice ed il medio girandola continuamente da una parte all'altra, dicendo:
«Quindi, figlio di El Jerid?», cioè della regione del Sud Ovest della Tunisia.
«Sì, sono nato lì, ma a nove anni la mia famiglia si trasferì a Tunisi. Scusi direttore, ma ci sono molti concorrenti?».
«Finora lei è il numero nove. Noi prenderemo il più adatto alle esigenze del Centro. Saremo molto leali. Questo la preoccupa?».
«No, affatto, mi sembra giusto.».
Poi, guardandomi negli occhi, continuò a dire:
«Vedo che lei ha fatto le medie ed il liceo scientifico a Collège Sakidi. Allora è bravo?».
«Me la cavavo abbastanza bene. Grazie.».
«Lo dicono i fatti. Tutti quelli che avevano studiato lì, chi più, chi meno, hanno raggiunto un certo successo nella vita.». Poi, guardando la mia lettera, aggiunse:
«Ho notato che, oltre la calligrafia, la sua domanda si presenta diversamente da quelle degli altri concorrenti. In senso positivo, voglio dire.».
«Grazie, l'ho scritta al volo in una caffetteria dopo aver letto l'annuncio.».

In quel momento il direttore assunse un atteggiamento più serio e cominciò a parlare più velocemente:
«Ora le devo fare una serie di domande e lei mi deve rispondere in modo molto breve. Anche con un semplice sì o no.».
«Sono pronto.».
«Qual è il colore del cancello del Centro Geofisico?».
«Verde scuro.».
«Sicuro?».
«Sì.».
«Quanto costa la rivista Time?».
Ero molto contento di sentire questa domanda. Per me fu quella della fortuna, così risposi velocemente:
«Prezzo di copertina 2,5 dinar.».
«Ha un altro prezzo?».
«Sì. Per gli studenti ha un prezzo molto più basso. Mi abbonai a Time appena mi iscrissi all'università. L'anno scorso ho rinnovato l'abbonamento come insegnante e mi è costato un po' di più.».
E lui commentò con un sorriso:
«Il prossimo abbonamento forse le costerà ancora di più.».
Capii al volo quello che intendesse dire e con un sorriso risposi al volo:
«Me lo auguro direttore.».
«Pratica qualche sport?».
«Avevo praticato ginnastica artistica durante gli anni del liceo, poi arti marziali durante l'università. Attualmente vado in piscina, un paio di volte la settimana.».
Avevo notato che mentre rispondevo alle sue domande, lui prendeva degli appunti sulla mia scheda.
«Servizio militare?».
«Ufficiale di riserva, genio militare. Congedato con il grado di tenente e con buona condotta. Settembre 1978.».
«Dove?».
«Biserta.».
In quel momento il direttore alzò la testa e mi guardò con un sorriso e disse:
«Anch'io ho fatto il militare come ufficiale di riserva, genio militare, ma a Sousse. Tanti anni fa.», facendo un segno con la mano per indicare molto tempo passato. Poi aggiunse:
«Quindi lei conosce bene le tecniche di rilevamento topografico?».
«Sì, abbastanza bene.».
A sentire la mia risposta, il direttore si chinò all'indietro sulla sua sedia e fece un segno di approvazione con la testa dicendo:
«Molto interessante.».
Mi sentii sollevato. Poi continuò con le domande:
«Patente?».
«B.».
E mi ero subito alzato per prenderla dalla tasca dei pantaloni, ma lui intervenne:
«No, non è necessario che me la mostri.».
«Occupazione attuale?».
«Insegnante di matematica.», e gli indicai il nome del liceo.
In quel momento il direttore dondolò per un attimo la testa e disse:
«Insegnante di matematica. Si vede che la scuola non attiri più nessuno oggi.».
Il direttore si mise a leggere in silenzio la scheda apportando qualche correzione, poi mi guardò negli occhi e disse:
«Ora io le leggo questa scheda e lei mi deve solo confermare o meno il suo contenuto.».
«Va bene direttore.».
Dopo aver letto molto velocemente la scheda, mi chiese:
«Tutto corretto?».
«Sì, tutto corretto.».
«Questa scheda per noi rappresenta il suo curriculum, secondo le procedure del Centro. La darò alla segretaria per metterla in bella copia, poi lei la dovrà firmare nel caso in cui lavorerà con noi.».
«Va bene.».
A quel punto il direttore si alzò e mi disse:
«Abbiamo finito con le domande. Ora passiamo alla prova scritta. Mi segua.».

Ci dirigemmo verso un altro ufficio, poco distante dal suo, ma nello stesso piano. L'ufficio era piccolo ma luminoso, aveva un ampia finestra. Era molto pulito. Sembrava una camera di un ospedale. C'era solo una sedia ed una scrivania sulla quale era poggiato un libro chiuso, due fogli di carta bianca ed una penna, la classica BIC blu. C'era anche un posacenere bianco di ceramica, pulito e posizionato nell'angolo destro della scrivania per chi si trovasse seduto sulla sedia. Mi avvicinai alla scrivania e lessi il titolo del libro al contrario: "Applied Geophysics" (Geofisica Applicata). Il ritmo del mio cuore accelerò all'improvviso. Oddio! Ancora un altro esame. Ma non bastavano tutti quelli che avevo già fatto all'università? Così mi chiesi.

In quel preciso momento, mi apparse come se il direttore mi avesse letto nel pensiero. In effetti, si avvicinò a me e poggiò la sua mano sinistra sulla mia spalla destra e mi disse:
«Io sono certo che lei conosca bene l'inglese, forse anche meglio di me, ma il protocollo prevede tassativamente che questa prova scritta sia fatta a tutti i concorrenti.».
«Sì signor direttore, lo so benissimo.».
«Allora, lei ha 30 minuti di tempo per tradurre questa pagina del libro al francese. Senza vocabolario ovviamente. Tutto qui.».

Mentre diceva queste ultime parole, il direttore sfogliava il libro. Sembrava che cercasse una pagina particolare. Poi mi disse:
«Eccola. Questa è la pagina da tradurre.».
Avevo subito annotato il suo numero su uno dei fogli bianchi sulla scrivania. Poi lo sentii aggiungere:
«Tornerò esattamente dopo trenta minuti. Va bene?».
«Va benissimo.».

Il direttore chiamò l'usciere e gli ordinò di portarmi da bere, poi tornò nel suo ufficio. Mi sedetti sulla sedia con il libro aperto tra le mani alla pagina da tradurre. Avevo i polsi poggiati sul bordo della scrivania in modo da avere la giusta inclinazione per la lettura. Ma non riuscii a leggere a causa di un leggero tremolio ai polsi che faceva sfarfallare le lettere. Ero troppo teso. Non mi era mai successa una cosa del genere prima di quel momento in un esame scritto, nemmeno in quelli più difficili e decisivi all'università. Così, poggiai il libro sulla scrivania e le mani sulle pagine perché il libro tendeva a chiudersi da solo. Il testo era molto facile, assolutamente alla mia portata, ma io continuavo lo stesso ad essere agitato. E non capivo il perché.

In quel momento arrivò l'usciere con il caffè su un piattino con tre zollette di zucchero, una bottiglia d'acqua minerale ed un bicchiere. Alla vista della tazzina di caffè, accesi la mia prima sigaretta della giornata. Avevo deciso di non fumare più la mattina come primo passo di smettere, ma l'atmosfera del momento non mi consentì di mantenere la promessa. L'usciere, con un finto sorriso stampato sulle labbra, mi disse:
«Ecco il suo caffè e l'acqua. Poi se le serve qualcos'altro mi chiama.».
«Grazie, molto gentile.».
Mentre lui sistemava le bevande sulla scrivania, presi qualche spicciolo dalla tasca ed aspettai che finisse, poi glielo diedi:
«Ecco, questo per lei.».
«Grazie.».
«Di nulla.».
«Chiudo la porta?».
«Sì, grazie.».

Erano già passati cinque preziosi minuti ed io non avevo nemmeno toccato la penna. Per quasi un minuto, tenni i gomiti puntati sulla scrivania con la faccia tra le mani e gli occhi chiusi per concentrarmi. Subito dopo, partii speditamente a tradurre la pagina. E dopo solo venti minuti, la mia battaglia di quella mattinata era già finita. Pensavo di averla vinta perché avevo tradotto tutta la pagina senza riscontrare la minima difficoltà e con il testo finale quasi senza cancellature. Subito dopo, aprì la porta e tornai a sedermi sulla sedia. Accesi la mia seconda sigaretta trasgredendo di nuovo il patto di non fumare di mattina mentre aspettavo il ritorno del direttore che fu puntualissimo. Appena mi rivide disse:
«Allora, ha finito?».
«Sì, cinque minuti fa.».
«Vediamo un po'. Mi passi il foglio per favore?».
«Eccolo.».

Il direttore fece un passo all'indietro e cominciò a leggerlo silenziosamente mentre io cercavo di carpire ogni segno della sua faccia. Leggeva sorridendo. Sembrava contento. Sorridevo pure io. Ad un certo punto, si fermò di leggere e mi guardò negli occhi chiedendomi di alzarmi e di avvicinarmi a lui. Poi mi disse con un sorriso ed un tono rassicurante:
«Senta, lei è proprio la persona che cercavamo.».

In quel momento non trovai nessuno modo per ringraziarlo, mi venne quasi spontaneo di abbracciarlo. Sentii all'istante che la mia vita era cambiata e che non dovevo più tornare ad insegnare in quella scuola maledetta. Non mi sembrava vero che tutto potesse accadere dopo aver letto un brevissimo annuncio su un giornale. Poi mi vennero in mente le parole di Mounir del giorno precedente. Tutti questi fitti pensieri durarono solo pochissimi secondi. Ero molto emozionato, quasi incredulo. E quasi senza voce gli dissi:
«Grazie signor direttore.».
«Comunque, il posto è suo ma ad una sola condizione.», ed io mi sentii pronto ad accettare qualsiasi condizione.
«Dica?».
Dopo aver guardato il suo orologio, mi disse:
«Ora sono quasi le undici, il Provveditorato è ancora aperto, lei deve andare subito a chiedere le dimissioni. Hanno i moduli già pronti. Deve solo specificare il motivo. Cioè, scrivere nella causale: "Assunzione presso il Centro Geofisico Nazionale" indicando la data odierna". Poi di tutto il resto ci occuperemo noi.».
Ero quasi incredulo, perciò gli chiesi:
«Ma devo fare solo questo?».
«Sì, solo questo per il momento.».
«Allora ci vado subito.».
«No, aspetti. Ora scendiamo un attimo giù dal capo del personale per sistemare alcune cose prima. Mi segua.».
Scendemmo al primo piano, ma il capo del personale non c'era in ufficio. Il direttore chiamò un usciere che arrivò di corsa.
«Dove il signor ...? Ma sta sempre in giro?».
«La porta del suo ufficio è aperta, quindi dovrebbe essere da qualche parte nel Centro. Ora lo vado a cercare.».

Dopo pochi minuti, il capo del personale arrivò. Il direttore non gli diede nemmeno il tempo di sedersi e gli ordinò:
«Senti ..., fai subito un'assunzione provvisoria al signor Khaled per quel concorso di geofisico. Dovrà iniziare domani mattina.».
Poi il direttore si rivolse a me dicendo:
«Se riesce a fare quello che le ho chiesto presso il Provveditorato entro oggi, allora domani sarà il suo primo giorno di lavoro con noi. Non la possiamo assumere senza le dimissioni dalla Pubblica Istruzione.».
«Scusi direttore, ma lei ha parlato di assunzione provvisoria.».
«Sì, così lo prevede il protocollo di assunzione. Sono solo tre mesi di prova, poi lei sarà automaticamente assunto a tempo indeterminato nel caso in cui lei deciderà di continuare a lavorare con noi. Poi invecchierà nel Centro come me.», e mi fece un sorriso.
«Grazie direttore.», e gli contraccambiai il sorriso.
Mentre il direttore mi stava volgendo le spalle per tornare nel suo ufficio, gli chiesi:
«Scusi direttore. Ma che lei sappia, il Provveditorato accetterà immediatamente le mie dimissioni senza fare storie?».
E lui rispose rassicurandomi:
«Non potrà opporsi, perché anche noi siamo un ente pubblico, ma siamo classificati "ente strategico", quindi, abbiamo la precedenza di assumere tecnici.», mi ero risollevato a sentire le parole del direttore.

Subito dopo, il capo del personale mi diede un foglio con una lista dei documenti da consegnargli entro un mese ed un paio di fogli prestampati da riempire. Dovevo anche fare un visita medica completa presso l'Ospedale Militare per il certificato di idoneità fisica. E prima di lasciarmi andare, mi diede l'orario di lavoro ed il codice di comportamento, un libricino di una ventina di pagine.

Alle undici e trenta, lasciai il Centro Geofisico in fretta scendendo le scale molto velocemente. Stavo per cadere in un paio di occasioni. Ero troppo eccitato per tutta quella sfilza di fatti ai quali non mi ero minimamente preparato. Balzai su Gazzella, il mio motorino, e cercai di guidarla quella volta con maggiore attenzione del solito. Non sia mai che mi succeda qualcosa proprio lungo questo tragitto. Così pensai mentre mi dirigevo verso il Provveditorato.

Di solito, sulla strada, tranne in rarissime occasioni, non davo mai la precedenza a nessuno perché a Tunisi, come regola, nessuno rispettava il codice stradale. Passava prima il più forte, ma, in quei frangenti, io e Gazzella eravamo quasi imbattibili ovunque, soprattutto negli incroci in assenza di semaforo. Quel giorno, invece, avevo guidato in modo più tranquillo per non rischiare niente. Così, oltre a guidare rilassato, ma sempre attento, feci prendere agli utenti della strada qualche spavento in meno del solito.

Appena arrivai al Provveditorato, notai una grande confusione ed un via vai di gente tra un ufficio e l'altro, con code ovunque davanti agli sportelli. Molto probabilmente perché eravamo ad inizio anno scolastico. Come misi piede dentro quel edificio, mi venne in mente la prima ed ultima volta che mi ero trovato lì. Era quasi lo stesso periodo dell'anno scorso. Avevo appena finito di fare il servizio militare e cercavo il primo impiego. In quegli anni, la scelta di fare l'insegnante, almeno per un anno, era una tappa obbligata per tutti i ragazzi nelle mie condizioni. Ma io non mi ero mai trovato bene ad insegnare a scuola dai primissimi giorni. Perciò, trovandomi in quella sede, in quel giorno, lo sentii solo come una visita d'addio. A me, ormai, della scuola e della Pubblica Istruzione non me ne fregava più niente. Mi consideravo già un dipendente del Centro Geofisico Nazionale.

Era quasi mezzo giorno quando presentai la mia lettera di dimissione all'Ufficio Protocollo. Feci tutto molto velocemente. Avevo ancora mezzora di tempo, visto che gli uffici erano aperti fino a mezzogiorno e mezzo la mattina. Erano aperti anche di pomeriggio, ma io volevo chiudere con loro in quel momento e per sempre. Ed eccomi finalmente allo sportello:
«Buongiorno, dovrei protocollare questa mia lettera di dimissione.».
L'ufficiale diede una rapida occhiata alla lettera poi disse:
«Ecco un altro insegnante di matematica che se ne va. Questa volta al Centro Geofisico. Ma ai nostri ragazzi, chi insegnerà poi la matematica? Abbiamo una carenza paurosa di insegnanti di matematica e loro ci li prendono così.».
Ed io risposi con una certa aria di sufficienza:
«Ma che io sappia, il Centro Geofisico è un ente strategico, ha la precedenza sulla Pubblica Istruzione.».
«È vero, ma quella legge è sbagliata. Doveva essere il contrario. Firmi qui, poi qui. Indicare data e ora.».
«Ecco fatto.».

L'ufficiale mi rilasciò un tagliando con un numero di protocollo ben indicato ed alcune informazioni che dovevo conservare.
«Grazie. Ma devo fare qualcos'altro?».
«No, ce la vediamo noi direttamente con il Centro Geofisico. In bocca al lupo per il suo nuovo lavoro.».
«Crepi, grazie, buona giornata.».

Uscii immediatamente fuori dal Provveditorato e, prima di scendere le scale esterne, mi sedetti sull'ultimo scalino e fumai con gusto e soddisfazione una sigarette mentre guardavo tutta quella gente che saliva e scendeva di continuo. Tutti sembravano di avere tanta fretta. Ero stanco, sudato, ma felicissimo ed estremamente soddisfatto. Prima di ripartire con Gazzella, diedi un ultimo sguardo al Provveditorato e pensai: "che scempio!". Spero di non tornarci mai più, mi ero poi detto.

Passai tutto il pomeriggio nella caffetteria di Garofano contento e beato. Tutto divenne all'improvviso bello ed interessante nella mia vita. Mi sentivo veramente felice e soddisfatto di quella fantastica mezza giornata appena passata. Tutte le pene che sentivo fino ad ieri furono spazzati via appena uscii dal Provveditorato.

Il mio stato d'animo non passò inosservato a Garofano e così volle sapere la causa con tutti i dettagli. Non potevo non dirgli niente, soprattutto dopo l'eccellente servizio che mi fece conservandomi i giornali degli annunci. Così gli raccontai velocemente l'accaduto in quella mattinata. Garofano fu molto contento e cerimonioso. Voleva festeggiare a modo suo il grande evento offrendomi il meglio della sua caffetteria. Poi all'improvviso mi fece questa domanda:
«Brown, dimmi la verità. Ora pensi di sposarti?».
«Probabile, spero di incontrare la ragazza giusta però.», e le feci l'occhiolino.
In quel momento Garofano divenne subito serio e mi disse:
«Vuoi il mio consiglio?».
«Dimmi tutto caro.»
«Non avere fretta. Quando sei sicuro di aver incontrato la ragazza giusta, aspetta ancora altri tre anni.».
E qui scoppiai a ridere perché, con quella battuta, Garofano superò se stesso.

La sera, io e Mounir, ci incontrammo per cenare insieme e festeggiare il grande evento. Passammo una bellissima serata insieme. Ero veramente felice come poche volte negli ultimi anni. Quando il cameriere ci portò il conto, ovviamente lo dovevo pagare io, ma Mounir intervenne dicendo:
«Fratello! Ma che fai?».
«Devo pagare il conto. Ma non è la mia festa?».
«Non è solo la tua festa. È la nostra festa. Poi, non ti hanno ancora accreditato il primo stipendio e vuoi già pagare?».
Continuai ad insistere che lo dovessi pagare io, ma Mounir non si arrese e mi disse:
«Allora, facciamo in questo modo. Quel conto non lo pagherà nessuno di noi due, lo pagherà la Lega Araba.».
Poi Mounir estrasse dal suo portafoglio uno dei buoni convertibili in dollari americani che la Lega Araba regalava ai suoi dipendenti. Quei buoni erano molto graditi da tutti i ristoratori e commercianti di un certo livello. Facemmo poi una doppia passeggiata lungo tutto l'Avenue Bourguiba per smaltire una parte della cena, poi tornammo a casa.

Quel giorno e quella serata furono tra i più belli ed emozionanti della mia vita.

Settembre 1979 | Il mio nuovo lavoro