Pagina Principale | Indice Pubblicazioni

Dicembre 1979 | Pantera

§10. Perché ti chiamano Brown?

In una delle ultime lezioni di dicembre, Rim volle iniziare prima del solito la nostra libera discussione. Ovviamente, io glielo acconsentii. Capii, dal suo sguardo, che avesse qualcosa di importante da raccontarmi o da chiedermi. E così, lei iniziò dicendo:
«Ieri sera, sono andata con mia zia a scuola per parlare del figlio Yassin con i professori. Sai chi è il suo professore di fisica?».
«Sì, lo so. Me l'ha già detto durante la nostra prima lezione. È un mio ex compagno d'università. Fino ad un paio di anni fa, la facoltà di scienze si trova solo al campus di Tunisi, perciò, più o meno, conosco tutti i fisici della mia generazione. E allora?».
«Eravamo gli ultimi della fila e così lui ci ha dedicato più tempo. È un chiacchierone, ci ha raccontato tante cose su di te.».
«Su di me! Ma non dovevate parlare di Yassin?».
«Sì, ha detto che va molto bene. Ma appena ha saputo che tu gli facessi ripetizioni, ma anche a me, allora ha iniziato subito a parlare solo di te e sembrava divertirsi. Ha detto che sei molto simpatico, spiritoso e che eri conosciuto in tutta la facoltà di scienze.».
«Sì è vero, ma mi conoscevano grazie alla mia bicicletta Eddy, però. Ora, a quale domanda dovrei rispondere alla mia principessa?».

In quel momento, Rim aprì il quaderno degli esercizi dove c'era dentro un foglietto con degli appunti. Allora io le dissi:
«Vedo che hai preso degli appunti per farmi queste domande. Ma quante sono?».
«Tre. La prima: Perché ti chiamano Brown?», e si era messa a ridere.
Mi ero messo pure io a ridere insieme a lei e le dissi:
«La seconda?».
«Vorrei sapere la storia della tua bicicletta Eddy, e come la noleggiavi ai compagni per fare i giri nel Campus.».
«L'ultima?».
«La tua storia con Pantera la saputella. Me le racconti tutte per intero?».
In quel momento misi le mani nei capelli e dissi:
«Oddio, lo spirito maligno di Pantera continua a perseguitarmi fin qui.».
E lei si era messa a ridere di nuovo. Allora io continuai a dire:
«Senti principessa, sono lunghe storie, ma te le racconterò tutte. Oggi ti racconto la prima, la prossima lezione ti racconterò la seconda e la lezione di dopo la terza. Comunque, io ti avevo già accennato qualcosa su Pantera quando tu e Nour mi avevate fatto quel interrogatorio tempo fa.».
«Sì, mi ricordo, ma tu non ci hai detto che c'era una storia d'amore tra di voi.».
«A dire il vero una storia d'amore tra noi non ci è mai stata, ma qualche storia di antipatia ci è stata, eccome. Con quale storia inizio?».
«Perché ti facevi chiamare Brown?».
«A dire il vero non sono stato io a farmi chiamare Brown, ma sono stati i miei compagni del Campus. Comunque ora te la racconto. Avevo una giacca militare dell'esercito americano che comprai in Germania nell'estate del 1976 durante le vacanze da mia sorella. Tutte le giacche avevano un patch con un nome. Era difficile trovare la combinazione giusta del nome e della taglia. A me andava bene una che avesse un patch con il nome BROWN sul lato destro ed un altro con U.S. ARMY sul lato sinistro. Così la presi senza badare al nome. Era bellissima e soprattutto unica. La mettevo quasi tutti i giorni da metà autunno fino a metà primavera. Poi, dipendeva dalle giornate. Era molto comoda e pratica. Aveva tante tasche. Fu, poi, il nostro professore di chimica minerale a confermare quel nome per me. Un giorno durante la lezione, cercava un volontario alla lavagna per risolvere un esercizio, ma nessuno di noi si era mosso. Era veramente dura trovare un volontario quando Pantera la saputella era assente, come in quel giorno. A quel punto il professore disse:
«Visto che non vedo nessun volontario alla lavagna, allora me lo scelgo io».
E così si era messo a guardare tra i banchi. Arrivando vicino a me, mi guardò per un attimo e disse:
«Ecco il nostro volontario, è il signor Brown.».
Tutti si girarono verso di me. Credo solo per aver sentito l'insolito nome e vollero sapere chi era quel Brown. Mentre mi accingevo a raggiungere la lavagna, sentivo le gambe pesantissime, come se portassi degli stivali di piombo. Senza rendermi nemmeno conto, sussurrai con una voce quasi disperata: «Ecco, l'unica volta che Pantera mi è utile, non c'è.».

Pantera andava spesso e ben volentieri alla lavagna, anche senza essere chiamata. Visto il silenzio che regnava nell'anfiteatro in quel momento, tutti mi sentirono e scoppiarono a ridere. Quando raggiunsi la lavagna, da lì, tutti potevano ammirare la mia giacca e leggere i patch con le scritte BROWN e U.S. ARMY, chiaramente visibili a dieci metri di distanza.

Rimasi con la giacca addosso perché avevo sotto solo una maglietta molto sottile e sentivo freddo senza la giacca. Ero abbastanza imbarazzato, ma dovevo procedere, non avevo altre scelte in quel momento. E così mi adeguai al contesto. Dopo un interminabile quarto d'ora, durante il quale sentivo il professore dire cose tipo: "ora il signore Brown ci spiega questo", "ora quest'altro...", fino a concludere dicendo: "Abbiamo finito, grazie signor Brown, molto bravo".

In quel momento, tirai un bel sospiro di sollievo e salutai il pubblico con un inchino. E tutti i compagni si misero ad applaudirmi in mezzo alle risate. L'atmosfera in quel momento era quasi surreale, ma troppo simpatica. Finita la lezione, tutti i compagni, dico ben tutti, sono venuti a complimentarsi con me. E da quel momento io, per loro, mi chiamavo Brown, con o senza la giacca.».

Rim aveva seguito tutta la storia con molto interesse guardandomi con ammirazione negli occhi e con un sorriso stampato sulle labbra. Sembrava una bambina. Poi mi disse:
«Bellissima questa storia, mi è piaciuta tanto. Ma ce l'hai ancora la giacca? La metti?».
«Sì che ce l'ho ancora. Nel lavoro d'ufficio non la posso mettere, ma quando lavoriamo sul terreno a volte la metto.».
Ora possiamo iniziare la nostra lezione principessa?
«Ancora solo un'altra domanda con una risposta rapidissima e cominciamo subito.».
«Avanti con la domanda.».
Sembrava molto titubante a farmela quella domanda, ma alla fine me la fece velocemente:
«Ti posso chiamare Brown?».
«Certamente. Tutti mi chiamano Brown, ormai anche i colleghi del Centro Geofisico. Sempre per lo stesso motivo, il patch sulla giacca. A volte, a forza di sentirmi chiamare Brown, lo sento ormai il mio vero Brown. Però, per favore non chiamarmi Brown quando siamo in presenza di altre persone, mi metteresti in imbarazzo.».
«Non lo farò mai, te lo assicuro tenente Brown.», e fece una bella risata.
«Lo sapevo che prima o poi saremmo arrivati al tenente Brown. Sei una diavola. Ma la più bella e stupenda diavola di questo mondo.», e lei fece una lunga risata poi mi chiese:
«Ma non ti piace che ti chiamo tenente Brown? A me piace tanto. Ti sta proprio bene.».
«Sì che mi piace. Poi detto da te, è ancora più piacevole e divertente, soprattutto quando mi vuoi sfottere.».
«A me piace sfott.».
E non riusciva a pronunciare tutta la parola perché Rim era incapace di dire una parolaccia. Allora io la aiutai a pronunciarla:
«Dai, ripeti: a sfotterti.», e dopo qualche tentativo disse la frase per intero:
«A me piace tanto sfotterti, tenente Brown.», e divenne subito rossa.
Era bellissima, provocante, irresistibile, allora io le dissi:
«Per favore, dai un'occhiata nel corridoio.».
Aveva capito e gradito le mie intenzioni e corse subito a vedere. Per fortuna non c'era nessuno in quel momento. Così mi alzai ed appena tornò ci abbracciamo per quasi un minuto.

Subito dopo, iniziammo la nostra lezione con quasi mezz'ora di ritardo che avevamo recuperato alla fine. Ormai avevamo imparato bene a separare il dovere dal piacere ottenendo buoni risultati in entrambi.

A fine incontro, Rim mi accompagnò alla porta ed era contentissima. Prima di salutarci, ci abbracciammo per qualche secondo, durante i quali lei mi disse:
«Non vedo l'ora di rivedere il mio tenente Brown.».
«Anch'io non vedo l'ora di rivedere la mia amatissima principessa.».
Poi ci salutammo a modo nostro. Eravamo felicissimi di quel incontro.

Un paio di giorni più tardi, al lavoro, uscii insieme ai colleghi per un sopralluogo in una località che distava quasi settanta chilometri da Tunisi. In quel giorno, rientrammo tardi al Centro a causa di un ingorgo causato da un incidente stradale. Non ebbi il tempo di tornare a casa e cambiarmi gli indumenti tecnici. Così decisi di andare direttamente a casa di Rim. Per fortuna, quella sera, a casa sua, c'erano solo le due cameriere. Appena mi vide, non mi salutò nemmeno e disse tutta stupita:
«Brown! Ma è bellissima!», poi scoppiò a ridere guardandomi su e giù.
La salutai dicendo:
«Ciao! Come sta la mia principessa?».
«Ciao Brown! Stai meglio vestito in questo modo. Me la fai provare? Solo per un minuto. Non c'è nessuno in casa tranne le cameriere.».
«No, per favore. Va bene, va bene, ma fai subito, non dobbiamo perdere tempo.».
«Io la metterei una giacca del genere, magari con il mio nome, ma mia madre non me lo permetterà mai.».
Le andava un po' grande ma era bellissima. Ma Rim era così bella che qualunque cosa mettesse addosso la farebbe apparire ancora più bella. Voleva sapere da me come appariva con la mia giacca, allora io le risposi:
«Sei stupenda. Posso abbracciare la mia giacca?».
Rim si avvicinò alla porta per capire dove si trovavano le cameriere, poi venne di corsa verso di me. Lei mi abbracciò con entrambe le mani, poggiando la testa sul mio petto. Io, invece, con la mano sinistra l'abbracciavo e con la destra l'accarezzavo. Ci staccammo solo quando sentimmo i passi di Nour nel corridoio che mi portava il caffè. Fu un ottimo inizio lezione.

Dicembre 1979 | Pantera