Sono stato su Marte senza saperlo


(Gazzella era identica al motorino in foto.)

Tempo fa, lessi questo articolo che fu pubblicato sul sito web della Euro Planet e che descriveva Chott El Jérid come il luogo che assomigli di più al pianeta Marte sulla Terra.

Quel articolo mi colpì tantissimo, per due ragioni. La prima è che la parte nord di Chott El Jérid appartiene al territorio del mio paese di origine, appunto Degache. La seconda, invece, è che l'avevo attraversato nel mese di agosto del 1980 in motorino insieme a tre amici.

Chott El Jérid è un vastissimo lago salato ed è la più vasta depressione dell'Africa con una superficie di circa sette mila chilometri quadrati. Praticamente un pezzo del Mediterraneo che si era prosciugato milioni di anni fa, trasformandosi in un'immensa distesa di sale, acqua e terra melmosa, dove nessuna specie vivente visibile ad occhio nudo riesce ancora a viverci. La sua superficie è coperta da un agglomerato di cristalli di sale poggiante su un fondo di sabbia ed argilla. Questo fondo è sempre umido, ma alcuni tratti sono molli e ciò lo rende molto pericoloso. La crosta superficiale potrebbe rompersi improvvisamente e senza preavviso sotto il peso di chi, malauguratamente, si trova a camminarci sopra. In quel caso fortuito, il mal capitato ha poche speranze di salvarsi perché sarà progressivamente ingoiato dalle sabbie mobili.

Dalle nostre parti si raccontano varie leggende su Chott El Jérid, ma nella memoria collettiva, lo Chott, così lo chiamiamo, è stato sempre visto come luogo ostile, pericoloso e privo di interesse. Soprattutto d'estate, quando la temperatura potrebbe tranquillamente superare i cinquanta gradi. Dal punto di vista economico, invece, Chott El Jérid è molto importante perché rappresenta una fonte praticamente inesauribile di sale. Per i turisti invece, il lago offre, soprattutto al sorgere del Sole, uno spettacolo mozzafiato per la varietà dei colori che coinvolge tutte le distese di sale e gli specchi d'acqua. Qui, ogni superficie risponde con i propri colori e riflessi. La parte sud dello Chott confina con il Sahara e questo fatto lo rende ancora più affascinante e misterioso. Poi ci sono i miraggi, praticamente ovunque si gira.

Per questa ragione, e molte altre ancora, Chott El Jérid è stato scelto come luogo ideale per girare alcune scene di film famosi come "Il paziente inglese", "Indiana Jones", alcune saghe di "Guerre stellari" e molte altre.

Quella estate del 1980 fu molto particolare per me. Stavo sull'orlo della depressione. A fine giugno, avevo perso il mio grande amore per sempre. Sentivo un vuoto incolmabile e provavo molta pena a condurre una vita normale. Volevo allontanarmi da tutti quei luoghi che me lo facevano ricordare almeno per un breve periodo. Dovevo allontanarmi da tutti quegli scenari che fino a pochi mesi fa erano la fonte della mia gioia e felicità, ma che poi erano diventati le origini della mia infelicità, tristezze e dolori. Perciò, avevo pensato di passare qualche giorno nel mio paese, vicino a mia madre ed i miei amici che da molto tempo non vedevo.

Patire il caldo intenso di quel periodo, nel Sud Ovest, fu per me un prezzo equo da pagare per avere in cambio un po' di serenità. In più, la vita a Tunisi era molto cara, perciò, passare una buona parte del mese di agosto in paese mi avrebbe fatto risparmiare una discreta somma di danaro della quale avevo tanto bisogno visto che stavo per migrare in Italia.

Il bello di quel periodo della mia vita, era la rapidità di prendere le decisioni e renderle immediatamente esecutive, senza pormi troppe domande e nemmeno pensare alle loro conseguenze. Così, due giorni più tardi, ero già nel mio paese con Gazzella, il mio inseparabile motorino Peugeot 103.

I primi giorni passarono molto rapidamente ed furono abbastanza piacevoli. Forse perché eravamo a fine Ramadan e cominciavamo a sentire l'arrivo dell'Aid e di tutte le feste che lo seguivano. Finiti i festeggiamenti, la noia iniziò a farsi sentire. Perciò, dovevo trovare qualcosa di speciale per combatterla. Le partite a domino o a carte, belote in particolare, le lunghe passeggiate nei palmeti non erano più sufficienti a farmi dimenticare il mio amore. Ci voleva qualcosa di molto più forte.
Mi ricordo ancora che, durante quei giorni, non riuscivo nemmeno a completare di leggere un solo libro di quegli che avevo portato con me per mancanza di concentrazione. In condizioni normali, lo divoravo in un paio di giorni. L'unico momento della giornata, dove sentivo veramente una sorta di pace momentanea, era osservare il Sole che tramontava. Cioè, mezz'ora prima e mezz'ora dopo il tramonto. Quel spettacolo mozzafiato, sempre mutevole, mi ipnotizzava al punto di farmi dimenticare tutto, anche dove mi trovavo. Praticamente mi faceva entrare in uno stato di incanto. Così, ogni giorno, camminavo fino al punto più alto del deserto roccioso e mi sedevo lì ad osservare in silenzio quel spettacolo della natura. Anche smontare e rimontare il motore di Gazzella, per il minimo problema, era un modo di passare le lunghissime giornate estive fatte quasi tutte di Sole.

Pochi giorni dopo ferragosto, durante la solita partita a domino o a carte, un mio amico infermiere, non mi ricordo di preciso la circostanza, citò la sua attraversata di Chott El Jérid insieme ad un amico sui loro motorini pochi anni fa. Praticamente andando dal nostro oasi Degache all'oasi di Kébili che si trova dall'altra parte dello Chott. Per loro fu una bellissima avventura e che lui avrebbe rifatta ben volentieri se avesse trovato qualche avventuriere che si unisse a lui.

Immediatamente, e senza la minima incertezza o esitazione, alzai la mano. Il mio stato d'animo di quei giorni non mi avrebbe impedito nemmeno di andare al fronte. Qualche ora dopo, si erano aggiunti due, un maestro della scuola primaria ed il fratello. Così, il giorno seguente, senza perdere tempo, ci siamo messi a preparaci per la grande avventura con la massima discrezione ed entusiasmo.
In quegli anni, era vietato attraversare il lago salato senza l'autorizzazione della guardia nazionale. Era inutile andare a chiederla perché non ci l'avrebbero mai data. Attraversare il lago salato era ritenuto molto pericoloso e non avevamo nessuna valida ragione per farlo.

Tutti i nostri tre motorini erano di fabbricazione francese ed avevano 49 cm3 di cilindrata. Il mio era il più leggero e con la linea più elegante. Un Peugeot 103 di colore arancione, preso tre anni fa, seconda mano. Gli altri due erano Motobecane di colore blu chiaro. Solo il mio aveva un nome (Gazzella) ed una lunga storia alle spalle di macina chilometri. Ero anche il più esperto al manubrio. Ero abituato a guidare in mezzo all'intenso, caotico e pericolosissimo traffico di Tunisi. Mai un incidente, ma una sola caduto senza particolari conseguenze. Loro, invece, avevano guidato solo nel paese e d'intorno, dove tutto è sempre stato calmo, tranquillo e molto umano.

Dopo aver sistemato al meglio i nostri motorini. Avevamo portato con noi una sola cassetta degli attrezzi per servire a tutti i quattro. Poi, ciascuno portava una candela, due camere d'aria, due cavi per i freni, fili di ferro e due lampadine. Sono gli unici pezzi di ricambio essenziali nonché i più soggetti a rottura o malfunzionamento. Avevamo portato anche un bastone per saggiare la consistenza del terreno. Poi, ciascuno di noi aveva l'inseparabile torcia elettrica con una batteria di riserva. Era la classica torcia che tutti gli abitanti del Sud Ovest portavano in tasca tutto l'anno a causa della mancanza di una sufficiente illuminazione pubblica notturna.

Per il viaggio dovevamo portare solo le cose necessarie perché dovevamo rimanere leggeri. Quindi, un solo vestito leggero di ricambio. Una corda che poi diventava un salvavita nel caso in cui malauguratamente qualcuno di noi finisse dentro una profonda pozzanghera o sabbie mobili. Una coperta, visto che la temperatura scende parecchio di notte. Eravamo in una zona quasi desertica. Un paio di litri d'acqua e tre di benzina. Da mangiare avevamo portato il classico pane arabo, datteri, mandorle, tè, zucchero ed un fornellino a gas da campeggio.

Per quanto mi riguardava, avevo con me la mia agenda che portavo con me ovunque andassi e un talismano molto particolare. Una piccola pietra colorata e tondeggiante, che avevo trovato casualmente nel nido di un piccolo uccello che, secondo la legenda, proteggeva le sue uova rendendo il nido invisibile ai nemici. Non sapevo nulla di questo fatto prima che me lo dicesse mia madre. Mi ricordo di aver trovato casualmente quella pietra a Jérissa (Nord Ovest della Tunisia). Era durante uno dei sopralluoghi quando lavoravo al Centro Geofisico di Tunisi e studiavamo la variazione del campo magnetico terrestre in prossimità della miniera di ferro di Jérissa. Praticamente a Maggio dello stesso anno, circa tre mesi prima da quella data. Sono passati quasi quarantaquattro anni da quel viaggio e quella pietra la conservo ancora gelosamente.

Essendomi un dilettante astronomo, avevo il facile compito di mantenere la corretta direzione con la mia bussola aiutandomi guardando le stelle. Cioè, Sud-Est all'andata e Nord-Ovest al ritorno. L'infermiere invece aveva con sé la borsetta di pronto soccorso che, per fortuna, non aveva mai aperto durante tutto il viaggio. Poi, ciascuno di noi aveva un thermos di un litro ciascuno, con del tè.

Prima di partire, avevo avvisato mia madre dicendole che stessi andando per passare un paio di giorni da un mio amico a Nefta, un oasi a trentacinque chilometri da noi. Era solo per non farla preoccupare durante la mia assenza. Non avrebbe mai gradito sentir parlare di Chott El Jérid.

Sabato sera del 16 agosto 1980 era una notte di luna crescente. Così, avremmo viaggiato con due scenari diversi. Cioè, la prima parte del viaggio l'avremmo fatta sotto la luce della luna, mentre la seconda nel buio. Era la solita caldissima ed afosa giornata di piena estate del Sud Ovest.

Poco prima del tramonto, ci siamo trovati in un punto d'ingresso al lago salto scelto a caso. Non ci sono punti d'ingresso prestabiliti, uno valeva l'altro. Eravamo vestiti in modo molto leggero, ovviamente senza caschi e guanti, avevamo sulla testa solo il classico ed immancabile turbante colore sabbia del Sahara che copriva tutto la testa, lasciando giusto lo spazio libero per la vista.

Le regole del viaggio erano poche, ma precise e tassative: procedere con la massima prudenza, andare piano ed in fila, mantenere la giusta distanza di sicurezza. Poi, ogni venti chilometri dovevamo fermarci per far riposare i motorini e correggere la direzione. Ad ogni ripartenza si faceva il cambio. Cioè, l'ultimo della fila passava davanti a guidare il gruppo. Così da condividere il rischio di finire per primo in una pozzanghera, magari profonda, coperta da una crosta friabile di sale.

Mi ricordo che eravamo rimasti fermi per qualche minuto aspettando lo scoccare delle 19:00. Dovevamo percorrere circa novanta chilometri se il nostro percorso fosse stato una linea dritta. Era molto facile allungare quella distanza, praticamente impossibile non superarla viste le circostanze. Perciò, avevamo ipotizzato almeno cento chilometri da percorrere prima di raggiungere Kébili.

Partimmo esattamente alle 19:00. Gazzella fu l'ammiraglia di quella prima tappa. Ad intervalli regolari di tempo, mi giravo per un attimo a guardare alle spalle quel meraviglioso spettacolo che non volevo mancare. Il Sole del tramonto che si spegneva piano piano, dipingendo di rosso intenso tutto l'orizzonte. Poi, si attenuava ad ogni intervallo fino a scomparire del tutto sotto l'orizzonte lasciando un immenso alone rosso. Durante quella prima tappa non avvertimmo nessuna problema e nessuna incertezza a seguire la direzione corretta.

Finita la prima tappa, e dopo solo un quarto d'ora di riposo, giusto per raffreddare i motori, ripartimmo. Ci sentivamo ancora freschi. Anche questa seconda tappa vide Gazzella ammiraglia. Il Sole era ormai tramontato e le luci del paese malapena si vedevano a causa della presenza di una leggera foschia. La notte iniziò a scendere rapidamente e piano piano avvolgeva tutto nel buio. La splendida e argentata mezzaluna di quella sera ci accompagnava con una luce amica e rassicurante.

Proprio in quel momento, mi accorsi che il nostro viaggio ebbe iniziò. Divenni improvvisamente più cauto, più cosciente e più analitico di tutto quello che stesse accadendo intorno a me. Un mio eventuale errore potrebbe provocarci qualche problema, anche serio. Loro avevano fiducia in me e mi seguivano alla ceca. Poi, essendo in testa al gruppo, ero il più esposto ai rischi.

Ad un tratto, il paesaggio cominciava ad apparire uguale in tutte le direzioni e la fiacca stella polare era ancora quasi invisibile. Perciò, l'unico strumento efficace per stabilire la direzione corretta e di non perdersi era la bussola.

Erano quasi le dieci di sera quando finimmo la seconda tappa, ma avevamo deciso di allungarla di dieci chilometri per arrivare a cinquanta chilometri precisi di percorrenza dalla nostra partenza. Andavamo molto piano.

Durante quella breve sosta, avevo chiesto ai miei amici di non darmi il cambio finché non me la sentissi di rimanere in testa al gruppo. La ragione era molto semplice. Con me alla guida avremmo percorso la strada più dritta e quindi la più breve. Loro dovevano solo seguirmi. In più, il mio motorino era il più leggero, il meno carico ed ero il più esperto al manubrio nonché il più atletico del gruppo. In caso di caduta, sicuramente, me l'avrei cavata meglio di loro. Questa mia richiesta fu accolta con consenso e piacere da parte loro.

Non c'era nessuna strada da seguire oppure la minima indicazione per la direzione da prendere. Per chi attraversava il lago salato in quella epoca tutto appariva come una immensa distesa di sale di color bianco, rosa o marrone, interrotta da pozzanghere d'acqua che sotto la luce della luna sembravano enormi specchi. Le infinite sagome di terra e sale intorno a noi, con forme diverse ma tutte indefinite, davano spazio alla nostra fantasia con infinite interpretazioni.

La crosta pianeggiante che dovevamo percorre nascondeva pericolosissime insidie. Sotto la luce della luna, appariva quasi sempre con lo stesso aspetto e colore. Ma il vero problema è che non aveva mai la stessa consistenza. In effetti, poteva essere dura, spessa e molto resistente, ma anche sottile e molto fragile. Non c'era nessun modo di capire la sua consistenza prima di camminarci sopra. Quindi, in caso di rottura della crosta di sale, per il mal capitato, gli scenari sono tre: acqua salata profonda e potrebbe essere pericolosa; sabbia mobile ed è altrettanto pericolosa; acqua salata poco profonda ed allora solo un po' di paura ed un danno al motorino proporzionale alla profondità dell'acqua. Perciò, per noi, attraversare il lago salato in motorini, fu una grande avventura che, a tratti, era anche molto emozionante perché, da un momento all'altro, Poteva accadere di tutto.

Durante tutto il viaggio, sentivo solo il ronzio del motore di Gazzella mischiato con lo scrocchio della crosta di sale sotto le ruote e tarli musicali che mi frullavano per la testa. Poi, di tanto in tanto, una spruzzata d'acqua salata e terra che a volte mi arrivasse fino in faccia.

Guardando intorno, avvertivo un certo mistero e fascino di quel immenso e desolato luogo. Ovunque mi girassi, vedevo sagome di terra e sale che sotto la luce bianca ed intensa della luna sembravano esseri giganti, abnormi e minacciosi.

Dopo cinquanta chilometri, come da programma, ci siamo fermato per una lunga sosta questa volta. Fino a quel momento, tutto era andato bene se escludiamo le mie due cadute che non avevano avuto nessuna conseguenza.

Negli ultimi chilometri prima della sosta, la stanchezza cominciava a farsi sentire. Sentivo leggeri ma continui dolori ai polsi ed alle spalle a causa delle vibrazioni del manubrio e della posizione rigida delle braccia. Dovevo sempre tenere il manubrio con entrambe le mani. La guida fuoristrada mi imponeva dei continui e veloci operazioni di sterzo e controsterzo per mantenere la direzione e, soprattutto, di non cadere. Lungo alcuni tratti, dovevo guidare in piedi per ammortizzare con le gambe i contraccolpi provocati all'irregolarità del terreno. Quella sosta fu necessaria anche per fare raffreddare i motori che erano sul punto di fusione.

Avevamo steso subito le coperte per terra dopo esserci assicurati della sua consistenza con il bastone. Poi, ci allungammo con le braccia aperte per qualche minuto per smaltire un po' di tensione. Il cielo era uno spettacolo, la luna splendeva mentre tramontava ed il paesaggio con quelle sagome disseminate ovunque ci sembravano giganti che ci osservavano.

Dopo aver mangiato un po' di datteri, mandorle e bevuto giusto il necessario di acqua, i miei amici si sono preparati per dormire. Cercai di parlare con loro di galassie e di stelle, ma loro non erano minimamente interessati all'argomento. Erano stanchi. Ero stanco pure io, ma non avevo ancora sonno. Così, mi alzai e mi misi a camminare verso il gigante di terra più vicino. Usai il bastone per assicurarmi della consistenza del terreno prima di metterci il piede sopra. Dopo meno di trecento metri, raggiunsi la mia meta. Mi sentii un astronauta su un pianeta fuori dal sistema solare. Feci un giro completo intorno al gigante con la mia torcia in mano per ispezionarlo. Non notai nulla di particolare.

L'immenso lago salato, misterioso, solitario e desolato, unito a quel cielo densamente stellato, sembravano due spettacoli dell'universo che, uno sopra l'altro, rendevano la mia presenza insignificante su qualsiasi scala.

Ad un tratto, cominciai a sentire dei brividi lungo tutta la schiena. Ebbi la sensazione di sognare o di trovarmi realmente in un altro mondo sconosciuto. Per la prima volta nella mia vita sentii una sorta di paura di tipo molto particolare. Per riprendermi velocemente da quella paradossale situazione, mi sentii dire: "Ora basta. Ora mi devo calmare. Non è il momento di impazzire. Questo sono io, qui è Chott El Jérid, quindi sono a casa e quella è la nostra Galassia. Nulla di nuovo o di particolare. Punto. Ora devo andare dritto a dormire accanto ai miei compagni e riprendere subito dopo il viaggio fresco e riposato". E così fu.

Ci siamo svegliati quasi alle tre di notte dal freddo, malgrado che avevamo addosso tutto quello che potevamo mettere, turbanti compresi. Eravamo rannicchiati in pochissimo spazio come se cercassimo protezione l'uno dall'altro. Quando ci svegliammo, il buio era così intenso al punto di non riuscire a vedere le mie mani a pochi centimetri dagli occhi.

Finché non avevamo acceso la prima torcia, ci rendevano conto della nostra presenza solo tramite la voce, oppure andando a sbattere l'uno contro l'altro. Avevamo sistemato velocemente due torce, ciascuna su un motorino con un filo di ferro, facendo convogliare le loro luci nello spazio dove pensavamo di sederci per mangiare. Le altre due torce dovevano entrare in funzione solo all'occorrenza. Dopo una leggera ma sostanziosa colazione a base di datteri e mandorle, risistemammo i bagagli, stabilimmo la direzione da prendere e ripartimmo con Gazzella ammiraglia.

Tutto precedeva regolarmente fino alla caduta del maestro che seguiva in coda al gruppo. Non capiva nemmeno lui che cosa gli fosse successo. Disse che all'improvviso sentì un rumore alla ruota di dietro e, subito dopo, si trovò per terra insieme al motorino. Dopo circa un quarto d'ora sistemammo tutto e ripartimmo. La causa fu l'allentamento della catena che provocò la sua uscita dalla corona. Quindi, nulla di grave.

Il paesaggio ormai era dominato solo dal buio intenso e dallo splendore delle stelle. Lo scrocchio della crosta di sabbia e sale si faceva sentire meno di prima. Ciò significava che il terreno era più umido. Quindi, poteva essere poco consistente e di conseguenza pericoloso. Perciò, procedevo sempre velocità ridotta, con la massima concentrazione e pronto ad agire velocemente per qualsiasi improvvisa evenienza, mentre i compagni seguivano.

L'ammiraglia Gazzella si insinuava nel buio pesto senza incertezze. Sembrava che andasse da sola. Teleguidata, come una sonda spaziale. La sua luce gialla, fiacca e vibrante riusciva ad illuminare solo pochi metri. La minima distanza per distinguere un ostacolo, una pozzanghera d'acqua e sale, ed evitarli se sono di piccole dimensioni, oppure fermarsi in tempo. Il suo limpido e costante ronzio esprimeva la volontà di procedere ed arrivare fino alla fine.

Non avevo il minimo problema di mantenere la direzione corretta, con la bussola la stabilivo all'inizio di ogni tappa, poi prendevo come riferimento la posizione di alcune stelle mentre procedevo. L'unica variante rispetto al programma era quella di fermarmi giusto per un paio di minuti ogni cinque chilometri per guardare la bussola e correggere ulteriormente la direzione.

Percorremmo poco più di dieci chilometri ed ecco che cominciava ad intravedersi una lontanissima ma distesa luce fiacca all'orizzonte. Senza dubbio erano le luci dell'oasi di Kébili. Qualche chilometro dopo, mentre quelle luci si facevano sempre più intense, più a sinistra, cioè ad Est, si vedeva un gigante alone rosso che annunciava il sorgere del Sole.

Qualche chilometro dopo ci eravamo fermati. Quella volta fu per contemplare quel spettacolo mozzafiato del sorgere del Sole di Chott El Jérid. Uno spettacolo intenso e commovente che nessuna descrizione, foto o video potevano descrivere nella sua pienezza. Bisogna stare lì sul posto, a metà strada tra Degache e Kébili per goderselo in pieno. Mi misi a gridare ad altissima voce saltellando mentre salutavo il Sole . Per un attimo i miei compagni mi guardarono con tanto stupore, ma subito dopo si misero pure loro a fare i matti insieme a me. Sembravamo dei bambini scatenati. Poi, spontaneamente, ci siamo abbracciati per un attimo. Fu un momento di intensa gioia.

Continuammo il nostro viaggio con lo stesso ordine e rigore perché dovevamo evitare amare sorprese per non rovinare un bel viaggio che era andato molto bene fino a quel momento.

Arrivati a Kébili ci eravamo fermati alla prima caffetteria per una meritatissima colazione intorno ad un tavolo e discutere animatamente di quello che avevamo appena compiuto.

Dopo un giro in città, in parte in motorini ed in parte a piedi, avevamo passato il resto della giornata alle terme di Kébili. Lì, avevamo mangiato e riposato per quasi tutto il pomeriggio.

Poco prima del tramonto, avevamo preso la via del ritorno. Con Gazzella sempre ammiraglia. Per me, il viaggio di ritorno fu molto meno emozionante di quello dell'andata. Probabilmente, a causa di uno stato d'animo diverso.

All'alba del giorno seguente eravamo già a casa. Fu tutto bello in quel memorabile viaggio, cadute comprese, tranne una sola cosa. Fu troppo breve.

Oggi, Chott El Jérid è attraversato da una strada asfaltata, sopraelevata su un terrapieno, che collega Degache a Kébili. Ho percorso quella strada più volte, in macchina ed in moto. Non ho mai sentito, nemmeno minimamente e nemmeno per una sola volta, una frazione di quelle sensazioni di quella attraversata con Gazzella nell'ormai lontano Agosto del 1980. Forse perché Chott El Jérid, in quei tempi, era ancora integro, misterioso ed impenetrabile. Sembra che la strada asfaltata abbia ucciso la sua anima, il suo fascino e la sua integrità per sempre. Oggi, purtroppo, Chott El Jérid è usato anche come una immensa discarica di rifiuti di ogni genere.

Io sono sicuro che il genere umano, dopo aver distrutto interamente il suo pianeta, compreso il luogo che assomigli più a Marte, prima o poi, conquisterà e distruggerà pure Marte. A meno che non si estinguerà prima. Speriamo bene.

(Questa foto è stata scattata a fine giugno del 2019 mentre percorrevo in moto la strada che attraversa il lago salato.)

Au revoir!
Jil Zen


Ultima modifica: 20 Gennaio 2024