Breve Storia di Jil Hammock

(Jil Hammock - 6/6/2017)

Ad inizio gennaio del 2017 mi trovavo a Degache, il mio paese d'origine, dovevo partecipare ad una gara d'appalto pubblico per la costruzione di un piccolo centro turistico-artigianale a Tozeur. Il luogo era vicino al laghetto di Shamsa in mezzo al deserto. Un posto desolato ma molto suggestivo. Purtroppo, a causa di un errore di valutazione non attribuibile a me come progettista, ma all'impresa di costruzione che aveva proposto un costo giudicato elevato dalla commissione dell'appalto.

Per me fu un altro brutto scherzo della vita e, quella volta, la presi proprio male perché, un anno prima, avevo perso una grande opportunità di lavoro in Kazakistan. Si trattava del Progetto Cassiopea al quale ho dedicato questo articolo.

La delusione fu talmente forte al punto di farmi pensare di abbandonare definitivamente anche il progetto industriale Vindex. In effetti, la perdita di quella gara d'appalto aveva reso molto difficile trovare il modo di finanziarlo. Nessuna banca mi voleva finanziare senza dare tangenti e con i miei propri mezzi non era possibile continuarlo.

Malgrado tutta la delusione e l'amarezza del momento, avevo deciso di rimanere e di non arrendermi cercando qualche altre nuova opportunità, soprattutto dopo aver pagato l'affitto della nuova casa per sei mesi. Praticamente fino a fine giugno perché ero quasi sicuro che avremmo vinto la gara. E così, mi ero messo di nuovo a pensare a trovare qualcos'altro, oltre la mia quotidiana attività di trovare nuove soluzioni di architettura sostenibile.

La mia nuova casa non era una casa vera e propria, ma un asilo nido per bambini con quattro cortili. Quello principale era il più grande ed interessante perché raggiungibile direttamente dall'ingresso, dalla sala e dalla cucina. Aveva tre esposizione, Sud, Nord ed Ovest. Prendeva il Sole quasi tutto il giorno, tranne la mattina presto.

La mattina, ci facevo la colazione e lavoravo, scrivendo oppure progettando, finché ci potevo stare all'aria aperta. Il pomeriggio stavo nel cortile dietro casa che era orientato verso Est. La sera, invece, condizioni climatiche permettendo la passavo di nuovo nel grande cortile finché potevo starci.

Con l'arrivo della stagione calda, cioè metà maggio, le condizioni climatiche diventano favorevoli a passare una buona parte della notte, se non tutta, a dormire all'aria aperta. Un cosa naturale, salutare e piacevole. A me piace tanto perché mi permette di guardare il cielo stellato prima di dormire e quando mi sveglio di notte. Mi fa anche ricordare la mia infanzia, quando tutta la famiglia dormiva all'aperto da maggio fino a fine settembre, ma anche un'infanzia passata al naturale.

Per me era molto scomodo portare il letto fuori e dentro prima di dormire e quando mi svegliavo di notte dal freddo e dovevo per forza tornare dentro. Mi serviva una soluzione più pratica e flessibile. Inizialmente, avevo pensato a comprare una branda, poi passai all'amaca senza più tornare indietro. Era la soluzione ideale.

Le amache qui non si trovano e non si usano nemmeno, poi farmi arrivare una da qualche parte è abbastanza difficoltoso. Qui Amazon non è ancora arrivato, figuriamoci nel 2017. Poi, mi ero detto, ma che ci vuole a costruirne una? Due giorni dopo avevo costruito la prima e quella fu solo l'inizio. Un paio di settimane più tardi, mi rendevo consapevolmente conto di aver imparato un nuovo mestiere, semplice, utile, divertente e aperto per nuove sperimentazioni.

Ad inizio giugno, avevo già costruito una decina di amache, le ultime 3, tutte diverse erano solide e funzionali. Esattamente quelle che mi serviva. Le avevo sistemate a casa in questo modo: quella tessuta con il triplice nodo maya l'aveva messa sala su un supporto appositamente costruito, mentre le altre due in stoffa, una nel cortile grande e l'altra nel cortile piccolo. Così, durante la giornata e la notte passavo da una all'altra e, di tanto in tanto, dormivo sul letto.

Finì di tessere la prima amaca a triplice nodo maya il 6 giugno 2017, praticamente il giorno del D-Day e fu del tutto causale. Ero molto contento e soddisfatto del mio lavoro. No so come avevo fatto a finirla così bene, e, soprattutto, in pochissimi giorni senza avere avuto la minima esperienza di fare cose del genere. In più, ho sempre odiato di fare lavori manuali e li facevo solo per assoluta necessità. Per un attimo pensai di chiamarla "D-Day", ma aveva già un nome originale e che faceva riferimento a me, appunto "Jil Hammock"; cioè, l'amaca di Jil, e che doveva essere solo mia per servirmi durante quel periodo. Non l'avevo pensata o fatta per altri scopi.

A fine maggio, avevo finito la bozza di un libro sull'Islam che non avevo mai pubblicato. Si intitolava "Da 1400 anni" e che raccontava, da un punto di vista storico, il terrore insito in questa religione e di chi la pratica. Parlando con un amico intimo del libro, egli rimase molto stupito del fatto, perché sapeva che non sono mai stato interessato a cose del genere. Perciò, mi aveva suggerito vivamente di non farlo, perché mi avrebbe procurato inutilmente qualche guaio da parte di qualche estremista. Ma di fronte alla mia insistenza, mi aveva consigliato di pubblicarlo con un falso nome. L'idea mi piacque molto e, così, appena tornato a casa, mi ero messo alla ricerca di un nome e cognome al fantomatico autore.

Il nome era ovvio e poteva essere solo "Jil" perché è breve, generico e suona bene. Ma non riuscivo a trovare subito un buon cognome che si abbini bene con "Jil". Per cercare di risolvere velocemente la questione, avevo preso un foglio di carta sul quale avevo riempito una colonna col il nome "Jil" ed aggiunto davanti ad ogni "Jil" un cognome di fantasia. Questa prima operazione la feci mentre stavo sull'amaca dentro la sala. Poi, ero sceso e, camminando per la sala, leggevo nome e cognome per tre volte ad alta voce e mi fermavo cercando di sentire l'effetto che mi faceva quella combinazione di nome e cognome. Stavo verso la fine della lista ed ero sempre più confuso a trovare la giusta combinazione.

Ad un tratto, mi ero trovato perfettamente di fronte al supporto dell'amaca con la scritta "JilHammock", come appare esattamente nella foto. Avevo sentito i brividi a leggere ad alta voce quelle due parole messe insieme. Oh! Che bel nome! Questo è. E la ricerca finì proprio lì. Poi subito mi ero detto: no, calma. Quel nome è il mio. Così, alla fine lo avevo condiviso con l'amaca. "Jil Hammock" divenne il mio nome d'arte, mentre "JilHammock", tutto attaccato, è il nome dell'amaca. Ci distingue solamente uno spazio.

Au revoir!
Jil Hammock


Ultima modifica: 20 Giugno 2024